Per cosa si vota al referendum: separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm e Alta corte. La riforma alla prova del nove

Il 22 e 23 marzo si vota per il referendum sulla riforma della Giustizia. Fac simile della scheda elettorale (Afp)

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Roma, 21 marzo 2026 - Il referendum sulla giustizia si annuncia come un banco di prova per la politica e per la magistratura italiana. Sono sette gli articoli della Costituzione modificati dalla riforma della magistratura; tre, invece, i punti chiave su cui gli italiani sono chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo con un referendum confermativo senza quorum: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura - uno per i giudici e uno per i PM - e l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare. Vediamo, nel dettaglio, per cosa si vota esattamente.

Il quesito referendario

Cosa cambierebbe con la riforma

Le ragioni del Sì e del No

Chi vota Sì e chi vota No

Quando, dove e come si vota

Il quesito referendario

Il quesito chiede ai cittadini di confermare o respingere la legge approvata dal Parlamento lo scorso ottobre, che modifica gli articoli della Costituzione relativi all’ordinamento giudiziario. È formulato così: 

Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?’

Se passa il Sì, giudici e pubblici ministeri avranno carriere separate, il Consiglio superiore della magistratura sarà sdoppiato e sarà istituita un’Alta Corte disciplinare autonoma. Non è previsto il quorum: qualunque sia l’affluenza, il risultato sarà valido. In sostanza, chi non vota lascia la decisione agli altri.

La riforma della magistratura arriva dopo anni di confronto e dibattito sul ruolo delle correnti interne alla magistratura e sulla giustizia disciplinare della categoria. La questione della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è presente fin dai lavori dell’Assemblea Costituente del 1946 e continua a essere al centro di riflessioni e riforme successive. Si tratta di un tema delicato, che riguarda l’equilibrio tra indipendenza dei magistrati, responsabilità disciplinare e specializzazione delle funzioni.

Cosa cambierebbe con la riforma

Separazione delle carriere

Oggi giudici e pubblici ministeri condividono concorso, formazione e organi di autogoverno, e possono cambiare funzione una sola volta in carriera, nei primi dieci anni. Con la riforma, questa scelta diventa definitiva, aumentando la specializzazione ma riducendo la flessibilità.

Due Csm: i togati sorteggiati

Attualmente esiste un unico Consiglio superiore della magistratura che vigila su tutti i magistrati: è composto da 20 membri eletti tra i togati e 10 membri laici (professori e avvocati) eletti dal Parlamento in seduta comune con maggioranza qualificata. A questi si aggiungono, il presidente della Repubblica, il primo presidente della Corte di Cassazione e il procuratore generale della Corte di Cassazione. 

La riforma crea due Csm distinti: uno per i giudici e uno per i Pm. Ciascuno dei due Csm sarebbe composto per due terzi da membri togati sorteggiati e per un terzo da laici, sorteggiati anch’essi ma a partire da una lista decisa a maggioranza dal Parlamento, secondo numeri e modalità che dovranno essere decise da una legge attuativa. L’obiettivo dichiarato è spezzare le logiche di potere delle correnti interne, ma il sorteggio alimenta dubbi sulla selezione meritocratica.

Alta corte disciplinare

Oggi, l’operato dei magistrati viene giudicato da sezioni interne al Csm. La riforma istituisce un organo autonomo, l’Alta Corte disciplinare, con quindici membri. Di questi, tre saranno nominati dal presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio; altri tre saranno estratti a sorte da un elenco stilato dal Parlamento sempre tra professori e avvocati con lo stesso requisito di esperienza; sei saranno invece estratti a sorte tra i giudici in possesso di specifici requisiti; mentre altri tre saranno estratti a sorte tra i pubblici ministeri. L’idea è garantire più imparzialità, ma alcuni temono che l’assenza di ricorso in Cassazione riduca invece le garanzie.

Le ragioni del Sì e del No

Chi promuove il Sì, ovvero il governo, sostiene che la riforma garantisce: 

Maggiore distanza tra giudici e Pm: riduce la percezione di collusione e garantisce equità tra accusa e difesa.

Completamento del processo accusatorio: il Pm diventa realmente parte dell’accusa, senza confusione con il ruolo del giudice.

Stop al potere delle correnti: il sorteggio per i Csm riduce le logiche di potere interne alla magistratura.

Giustizia disciplinare più credibile: l’Alta Corte aumenta responsabilità e imparzialità dei magistrati.

Specializzazione dei magistrati: professionisti più preparati e distinti per ruolo, allineando l’Italia ad altri Paesi occidentali.

Specializzazione dei magistrati: professionisti più preparati e distinti per ruolo, allineando l’Italia ad altri Paesi occidentali.

Chi sostiene il No, sottolineano i rischi per l’indipendenza della magistratura e dubbi sull’efficacia reale del provvedimento. Le critiche riguardano:

Minaccia all’indipendenza: separazione e sorteggio possono sbilanciare il sistema costituzionale dei pesi e contrappesi e rendere l’operato dei magistrati più esposto al potere esecutivo.  

Mancato impatto reale: oggi meno dell’1% dei magistrati cambia funzione; la riforma eliminerebbe la possibilità di flessibilità senza ridurre i tempi dei processi.

Sorteggio non premia il merito: i 15 membri dell’Alta Corte disciplinare saranno scelti tra professori, magistrati giudicanti e requirenti tramite criteri di sorteggio o nomina presidenziale, ma alcuni temono che non garantisca selezione basata sull’esperienza.

Sorteggio al buio: la riforma rimanda a una legge attuativa che deve ancora essere scritta, per questioni dirimenti, come il numero dei candidati nella lista da cui saranno estratti i laici dei due Csm e le modalità del sorteggio. 

Eliminazione del ricorso in Cassazione: meno garanzie per i magistrati sottoposti a procedimento disciplinare.

Aumento dei costi: gestire due Csm separati e un nuovo organo comporterà spese permanenti per personale, sedi e indennità.

Chi vota Sì e chi vota No

La riforma divide il fronte politico, dove la maggioranza di centrodestra sostiene il Sì alla riforma. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati indicano nelle ultime rilevazioni un consenso superiore al 95% dei propri elettori. Favorevoli anche i partiti di area liberale e centrista, come Azione e +Europa, con leader come Carlo Calenda e Riccardo Magi che hanno espresso giudizi positivi pur segnalando dubbi tecnici sul sorteggio.Il No è sostenuto dai partiti del campo largo: Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra. Nel Pd ci sono distinguo interni: mentre la linea ufficiale della segretaria Elly Schlein è contraria alla riforma, alcuni esponenti, come Pina Picierno, hanno annunciato il proprio Sì, rompendo la compattezza del partito.

Quando, dove e come si vota

Si vota domenica 22 marzo dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15. È necessario portare al seggio documento di identità e tessera elettorale. Chi l’ha smarrita o non ha ancora aggiornato la tessera può richiedere un attestato sostitutivo direttamente al Comune, anche il giorno stesso del voto. Per milioni di cittadini fuorisede sarà necessario tornare a casa: non è prevista, nuovamente, alcuna sperimentazione del voto a distanza, rendendo complicato l’esercizio del diritto di voto per studenti e lavoratori lontani dalla propria residenza.

Referendum giustizia 2026: quando si vota e cosa prevede in breve. Il quesito e quali sono i nodi

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