L’insostenibile peso del No. Meloni ha perso l’aplomb. Ed è mancata l’autocritica

Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi

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Roma, 26 marzo 2026 – Di Giorgia Meloni è sempre stato detto che è una leader forte, ineluttabile come Thanos degli Avengers, senza alternativa. Dopo il referendum, lo status di invincibilità, riconosciuto in questi anni da osservatori, analisti e commentatori (non pochi anche all’estero), è senz’altro venuto meno. Certo, l’alternativa parlamentare non esiste e quella politica è in costruzione. Ma intanto la presidente del Consiglio, che ha evidentemente sottovalutato l’elettorato, si è abbattuta con ferocia sul suo stesso governo, facendo dimettere, nell’ordine, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, il capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, e la ministra del Turismo Daniela Santanchè. Il ministro Nordio invece, sconfitto insieme a Meloni nel referendum sulla giustizia, rimane al suo posto e non potrebbe essere diversamente, perché l’alternativa sarebbe far dimettere, a quel punto, la stessa presidente del Consiglio.

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Delmastro, Bartolozzi e Santanchè si sono dimessi per motivi che nulla c’entrano con l’oggetto del referendum (o almeno, in assenza di spiegazioni, è questa l’interpretazione che possiamo dare). Delmastro per le sue cene poco eleganti, Bartolozzi per il caso Almasri, Santanchè – che ha resistito fino all’ultimo – per le sue vicende giudiziarie, evitando così di ripetere l’esempio di Filippo Mancuso, ex ministro della Giustizia che nel 1995 fu sfiduciato in aula dalla sua stessa maggioranza. Sorge tuttavia spontanea una domanda: perché ora? Perché non prima del referendum? E ancora: si sarebbero dimessi se Meloni avesse vinto la sua epica battaglia?

L’ex sottosegretario alla Giustizia ha gestito in maniera disastrosa le carceri italiane (sua era la delega), lasciandosi andare a commenti poco commendevoli sui detenuti e dimenticando che anche il peggiore farabutto ha diritto a respirare e a vivere dignitosamente. L’ex capo di gabinetto, checché ne dica il ministro Nordio che ieri in aula alla Camera parlava di dimissioni “spontanee”, non si è certamente dimessa per aver fornito argomenti a chi riteneva, votando No, che il governo stesse cercando una facile vendetta sui magistrati, ma per le accuse che la riguardano nel caso Almasri. Anche nel caso di Bartolozzi, come per Delmastro, Meloni ha atteso troppo. Le dimissioni di Santanchè invece sono ancora più collaterali. Le sue vicende giudiziarie non c’entrano nulla con la separazione delle carriere dei magistrati. Durante la campagna elettorale era stata pure tenuta ai margini. 

Meloni ha dunque perso l’aplomb, la pazienza. Diciamo pure le come come stanno: si è proprio infuriata. Segno che forse non si aspettava un risultato così netto. Tuttavia, anziché fare autocritica, non sulla riforma in quanto tale, ma sulle modalità, che non hanno neanche permesso il voto di un emendamento alla riforma Nordio, la presidente del Consiglio s’è messa a cercare qualche capro espiatorio nella speranza – o, peggio, nella convinzione – che basti tagliare qualche testa per recuperare il distacco con l’elettorato. Si può legittimamente pensare che chi ha votato No lo abbia fatto perché preso da altro (le guerre, i prezzi che salgono, il desiderio di dare contro il governo). Se questo però è il ragionamento di base, persino sovrastrutturale, allora è stato un errore politico realizzare una riforma sapendo che questa, a prescindere dal merito, sarebbe stata abbattuta nelle urne.

In quattro anni Meloni è stata una leader autorevole perché ha saputo tenere a bada una maggioranza politica tutt’altro che coesa, come testimonia forse più di altri la politica estera. Questa è stata la sua prima vera sconfitta e la facilità con cui ha messo in funzione la ghigliottina – anche per far vedere chi è che comanda dentro Fratelli d’Italia – lascia pensare che certi primati, forse, possono anche essere molto fragili.

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