Viaggio a Neauphle-le-Château, il paesino francese da cui Khomeini fece partire la rivoluzione iraniana

Il futuro presidente iraniano Hassan Rohani (secondo sullo sfondo a destra, con turbante e occhiali) tra i compagni del leader dell'opposizione in esilio, l'ayatollah Ruhollah Khomeiny (al centro con la barba bianca)

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Roma, 7 marzo 2026 – Nofel Loshato Street è il nome di una via nel cuore di Teheran dove ha sede l’ambasciata francese in Iran. La sua pronuncia è in realtà la storpiatura di Neauphle-le-Château, toponimo di un paesino circa mezz’ora a ovest di Parigi, nel dipartimento delle Yvelines. Un luogo diventato, suo malgrado, l’epicentro della rivoluzione islamica iraniana.

È qui infatti che, tra ottobre 1978 a gennaio 1979, il padre della rivoluzione, Ruhollah Khomeyni visse in esilio quattro mesi prima di tornare in Iran a bordo di un aereo Air France, ribaltare lo scià e inaugurare quasi 50 anni di teocrazia autoritaria. Oggi, in questo paesino del ricco ovest parigino, famoso per la distilleria del Grand Marnier e dimora di intellettuali e artisti tra cui la scrittrice Marguerite Duras e lo scultore Pierre Traverse, il ricordo dell’ayatollah disturba.

Al mercato con la sua “smalah”

Di quella che fu la sua casa non rimane più nulla: un terreno incolto tra le villette a schiera. Il cancello verde del civico 23 di Route de la Chevreuse è chiuso. Oltre la staccionata si vede ancora la cornice di legno del pannello in suo onore, smontato e vandalizzato nel 2023. “Il popolo iraniano si ricorderà sempre dell’ospitalità del popolo francese e dell’accoglienza riservata all’imam Khomeyni”, recitava la targa commemorativa, “durante il suo soggiorno di quattro mesi, l’imam Khomeyni, continuando la sua lotta attraverso la sua parola, le interviste e le registrazioni sonore ha guidato la rivoluzione islamica in Iran”. “Mi ricordo dei suoi occhi di un nero intenso, profondi, quasi crudeli”, dice Louise*, originaria di Neauphle-le-Château, che all’arrivo di Khomeyni aveva 38 anni. “Ogni tanto risaliva la Grande Rue con tutti questi uomini vestiti di nero, la sua smalah, per recarsi al mercato. Non parlava una parola di francese”, prosegue la donna, che ha viaggiato per tutta la vita in Iran in quanto mercante d’arte.

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Dalla periferia di Parigi al rientro trionfale in Iran

Khomeyni era giunto a Parigi dopo 15 anni di esilio, la maggior parte dei quali trascorsi in Iraq. Nel 1978 decise di fuggire in Francia, uno dei pochi Paesi occidentali in cui non era necessario il visto. Guida spirituale per la diaspora iraniana dell’epoca, Khomeyni trovò rifugio presso un immigrato suo connazionale. “Era stata sua figlia ad implorarlo di accogliere Khomeyni e la sua cerchia”, ricorda Louise, una delle poche persone, in questa cittadina di poco più di 3.000 anime, disposte a testimoniare. La presenza dell’imam, segnalata da colonne di camionette della polizia stazionate davanti alla residenza, attirava non solo giovani studenti religiosi da tutta Europa, ma anche la curiosità dei giornalisti: gli archivi della televisione francese conservano ancora i servizi su questo “vecchio saggio” che passava la maggior parte del suo tempo sotto un melo del giardino. In realtà, lontano dalle telecamere, Khomeyni preparava il suo rientro in patria per ribaltare lo scià Mohammed Reza Pahlavi, registrando dei messaggi audio su delle cassette. Cassette che, secondo il geografo specialista dell’Iran Bernard Hourcade, sarebbero state introdotte illegalmente in Iran e distribuite ai seguaci, come rivela in un’intervista al quotidiano francese Le Figaro.

Per gli abitanti, un ricordo scomodo

Quasi cinquant’anni dopo, la maggior parte degli abitanti non è al corrente del passaggio di Khomeyni oppure preferisce dimenticarlo. “Dal 1980, l’ambasciata iraniana ha provato in tutti i modi a comprare il terreno dal comune per erigere un monumento, un museo o una moschea”, racconta un altro abitante di Neauphle, appassionato di storia, “ma quel terreno è rimasto vuoto da quando, nel febbraio del 1980, i monarchici iraniani fedeli allo scià fecero esplodere la casa”. Il comune, in un braccio di ferro con l’ambasciata iraniana, è riuscito in tutti questi anni ad impedire la cessione del terreno, rimasto vuoto da allora fatta eccezione per il pannello commemorativo. Ma ha assistito impotente al pellegrinaggio, organizzato ogni anno dall’ambasciata iraniana all’inizio febbraio, in onore del ritorno del padre della rivoluzione iraniana a Teheran.  Dopo gli eventi recenti e la morte del suo successore, Ali Khamenei, un’altra cittadina ammette sollevata “speriamo che questo fosse l’ultimo anno”. *tutti gli abitanti intervistati vogliono rimanere anonimi.  

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