La foto-simbolo diventata marmo. Ma la nostra Pietà è smarrita |
L’artista Tincolini ha realizzato una scultura a partire dallo scatto del World Press Photo 2024. È la madre di Gaza che culla suo figlio morto
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Roma, 20 aprile 2026 – Compassione, commiserazione, misericordia, partecipazione al dolore degli altri: in una parola sola, pietà. Una parola che appare smarrita, inabissata nel caos del nostro frenetico quotidiano anche di fronte alle vittime delle guerre di questo tempo tragico. Una parola che pone l’urgenza di una domanda: siamo ancora capaci di provare pietà? L’interrogativo dovrebbe bussare alla coscienza di ciascuno di noi, storditi e distratti, anestetizzati verso la sofferenza altrui.
E se siamo capaci ancora di provare pietà ce lo chiede con identica drammatica necessità anche la Pietà dello scultore Filippo Tincolini. L’ispirazione è in una foto – una sola ma caleidoscopio di tante, tantissime altre – di Mohammed Salem, scattata a Khan Younis, nel Sud della Striscia di Gaza, e vincitrice del World Press Photo of the Year 2024. Un’immagine universale di pietà, una madre che culla un bambino morto, simbolo senza tempo e luogo delle vittime della guerra. "Ci sono immagini che non si guardano soltanto: si portano dentro", dice lo scultore. Madre e figlio nella Pietà di Tincolini non hanno volto, sono tutte le madri che piangono i figli vittime della guerra, il massimo dolore inconsolabile che si possa provare. Una Pietà laica universale che invoca "la capacità di riconoscersi nel dolore dell’altro. Parla di ferite visive che attraversano la........