Stangata benzina e gasolio, si muove il governo: “Stop ai rincari”. Come funziona il taglio delle accise

Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti in Aula (Ansa)

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Roma – La guerra entra nel ‘pieno’ degli italiani. Il conflitto con l’Iran ha riportato il petrolio verso quota 100 dollari e ha rimesso l’Italia davanti al suo nervo scoperto: il prezzo dei carburanti. Con il greggio salito attorno ai 90 dollari dopo una settimana di rilevanti rialzi e con analisti che non escludono nuovi strappi oltre i 100 se il blocco di Hormuz dovesse protrarsi, a Roma non si discute più soltanto di geopolitica ma di inflazione, trasporti e tenuta sociale.

Per un Paese manifatturiero e dipendente dall’import energetico, il rincaro rischia di propagarsi rapidamente dai bilanci delle famiglie ai costi di logistica. E, dunque, non è un caso che per due giorni di seguito, dopo il pressing dell’opposizione e direttamente di Elly Schlein, Giorgia Meloni insista: “Siamo determinati a combattere la speculazione e a impedire che la speculazione faccia esplodere i prezzi”. È qui che la crisi esterna diventa subito dossier interno. In vista del Consiglio dei ministri di domani, i tecnici del Mef e di Palazzo Chigi stanno lavorando alla revisione del decreto del 2023 sulle accise mobili per adattarlo allo shock provocato dalla guerra.

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Il meccanismo, ricordato anche da Giorgetti, è semplice solo in teoria: se il prezzo del greggio sale in modo stabile, cresce anche l’Iva incassata dallo Stato sul carburante. A quel punto il governo può rinunciare a quell’extragettito e usarlo per ridurre temporaneamente l’accisa, una delle tre componenti del prezzo finale insieme alla materia prima e all’Iva. Il problema è che la norma non scatta automaticamente. Serve un decreto del Mef di concerto con il Mase e va definita la soglia di rialzo oltre la quale intervenire.

Un meccanismo che ti consente di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise

Nel testo del 2023 non è indicata la percentuale di aumento necessaria per far partire il taglio, mentre in passato il riferimento era al 2%. Certo è che Meloni si dichiara pronta all’operazione: “Sono molto determinata a fare quello che posso per evitare che la speculazione sfrutti la crisi sulla pelle delle famiglie e delle imprese. Stiamo valutando anche di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili che esiste dal 2008 e che abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023. Se i prezzi chiaramente dovessero aumentare in modo stabile, è un meccanismo che ti consente di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise”.

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Il punto politico è evidente. Consumatori e associazioni d’impresa chiedono un taglio immediato di 10-15 centesimi al litro, denunciando una corsa dei prezzi con punte del gasolio servito fino a 2,6 euro in autostrada e benzina fra 1,8 e 2 euro. La benzina è il termometro più visibile dell’economia quotidiana: ogni aumento si scarica su pendolari, trasportatori, prezzi al consumo e dunque sul consenso.

Dagli Usa, invece, arrivano messaggi opposti solo in apparenza. Il ministro dell’Energia Chris Wright prova a rassicurare: il mondo, dice, non è a corto di petrolio e gas naturale e sui mercati si sta scaricando soprattutto un “premio della paura”. Il blocco del passaggio da cui transita circa un quinto delle consegne mondiali di petrolio, gli attacchi a depositi e infrastrutture e le minacce iraniane ai siti energetici della regione mantengono altissima la tensione. Anche l’attivazione dei terminal sauditi sul Mar Rosso può solo limitare i danni, non compensare Hormuz.

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In questo quadro, le parole di Donald Trump hanno aggiunto benzina politica a un incendio già acceso: “Il rincaro dei carburanti un piccolo inconveniente”. Il vero nodo, allora, è il tempo. Se il rialzo del greggio fosse una fiammata breve, il governo potrebbe limitarsi a monitorare e attendere. Ma se il conflitto dovesse allungarsi e il petrolio consolidarsi sopra i 100 dollari, le accise mobili diventerebbero quasi obbligate, pur sapendo che non basterebbero a neutralizzare lo shock. Domani il governo si gioca più di un ritocco tecnico: la capacità di trasformare uno strumento incompiuto in una risposta politica credibile prima che il caro-pieno diventi il simbolo italiano della guerra mediorientale.

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