“Non erano sposati, niente risarcimento”, zero euro per Sara, compagna di una delle 7 vittime di Suviana
Alessandro D’Andrea, morto a 36 anni nella strage di Suviana, insieme alla compagna Sara Bianco
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Bologna, 11 aprile 2026 – Insieme da una vita, hanno condiviso speranze, risate e dolori, sogni, progetti, ogni cosa: un futuro andato distrutto nell’esplosione della centrale idroelettrica Enel Green Power di Bargi (Bologna). La loro vita insieme finì quel pomeriggio di due anni fa, quando lo scoppio uccise Alessandro D’Andrea, 36 anni, tra le sette vittime di quella che passerà poi alla storia come la strage di Suviana.
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Alessandro e Sara, 11 anni insieme
Originario di Forcoli (Pisa) e residente a Milano, Alessandro conviveva da 11 anni con la sua Sara. Una di famiglia, al punto che i genitori di Alessandro la consideravano come una figlia. Genitori e sorelle di D’Andrea erano stati risarciti dall’Inail con 11mila euro in tutto. Niente invece per Sara Bianco. Un fatto che aveva lasciato sbalorditi i famigliari della vittima, che hanno fatto causa. E ieri il tribunale di Milano ha stabilito che a Sara non spetta nulla, in quanto soltanto convivente e non moglie.
“Si è persa l’occasione di aggiornare la legge”
“Poteva rappresentare un passo deciso a tutela delle persone”, fanno sapere famigliari e convivente tramite l’avvocato Gabriele Bordoni, al loro fianco fin dall’inizio. La giudice era chiamata a valutare solo l’opportunità di sottoporre la questione alla Corte Costituzionale. “Ma non ha ritenuto di farlo, decidendo nel merito sulla base della norma così come è adesso, che fa cioè riferimento solo al coniuge e non al convivente”, spiega Bordoni. Il rimando alla Corte Costituzionale avrebbe consentito di rivedere la decisione del 2009, alla luce della novità rappresentata dalla legge 76 del 2016, che ha disciplinato la convivenza more uxorio. Ecco il perché “dell’amarezza che questa opportunità non sia stata colta”, sottolinea Bordoni.
Per la famiglia D’Andrea, e per Sara, “si è persa un’occasione importante per fare avanzare la civiltà giuridica del nostro Paese, rispetto a una norma del 1965 che non trova senso alcuno all’attualità”. In sessant’anni, si legge nella mole di ricerche e atti presentata dall’avvocato, “il mondo è cambiato, la società si è trasformata radicalmente e allora era necessario rimettere nuovamente il tema all’attenzione del Giudice delle Leggi, perché potesse aggiornare la propria posizione al riguardo, a esito di quei mutamenti radicali sociali e normativi”.
Le convivenze si sono triplicate in 4 anni
In altre parole, le convivenze si sono moltiplicate (le libere unioni, ‘convivenze more uxorio’, sono più che triplicate tra il biennio 2000 e il 2024, da circa 440mila a oltre un milione e 750mila), mentre i matrimoni sono in calo. Tenuto conto, poi, che ormai si può ottenere il divorzio in meno di un anno, “quale stabilità assegnare a un vincolo che ora può essere completamente sciolto nell’arco di così poco tempo? Non certo quella che era nel 1965, anno della legge contestata, quando quel vincolo era addirittura indissolubile”, incalza Bordoni.
“Faremo ricorso per Alessandro e i tanti come lui”
La vicenda tragica, gravissima e ben nota che fa da sfondo a questa vertenza, poteva rappresentare l’occasione per un ripensamento della Corte Costituzionale su una materia di rilevanza sociale estrema, in un Paese come il nostro che vede gli infortuni mortali sul lavoro in numero di 1.090 nel 2024, anno della tragedia. “Il tema posto, dunque, è di rilevanza evidente, centrale, attuale ed è socialmente avvertito. Per questo – annuncia il legale – faremo sicuramente ricorso. Ci riproveremo, per Alessandro e per tutte le vittime del lavoro e i loro conviventi”.
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