L’analisi di Vespa. Trump contro la Nato. L’Italia? Salda in Europa
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Roma, 18 aprile 2026 – La completa riapertura dello Stretto di Hormuz durante i primi dieci giorni di tregua è un raggio di sole piovuto ieri pomeriggio sul tavolo di Parigi dove erano riuniti quelli che una volta si sarebbero chiamati i quattro Grandi (Francia, Germania, Regno Unito e Italia). Meloni – con una autorizzazione parlamentare che dovrebbe essere piuttosto larga – si è detta disposta a inviare i nostri cacciamine per mettere in sicurezza lo Stretto.
Siamo stati i primi al mondo a costruire navi senza scafo metallico che non attivano gli inneschi magnetici delle mine. Abbiamo già condotto due campagne di sminamento nel Golfo: una nel 1988 per neutralizzare le mine navali iraniane e una nel 1991 per disinnescare quelle irachene. Rimasero tutti colpiti dalla loro efficienza e gli americani ci comprarono parecchie navi. Oggi noi abbiamo in servizio nove cacciamine con droni che localizzano le mine sui fondali ed equipaggi di primordine.
A quanto ne sappiamo, gli americani e altri Paesi hanno dismesso da tempo questo tipo di imbarcazioni, ma ieri pomeriggio Trump ha detto che non vuole la Nato tra i piedi e quindi probabilmente non sa che farsene del nostro aiuto. Per neutralizzare le mine, basterebbero lui e gli iraniani. Ormai il presidente Usa parla di Nato come di un corpo estraneo. Il problema è che Nato significa Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord, ovvero Patto Atlantico, firmato il 4 aprile 1949 e mai messo finora in discussione.
Se l’Atlantico unisce l’Europa e gli Usa e questi ultimi si tirano fuori dal Patto, la Nato non esiste più. Non si può escludere, peraltro, che nel momento in cui il lettore scorre queste righe Trump abbia già cambiato idea. Ieri ne ha parlato come di una Tigre di carta, definizione usata per la prima volta da Mao negli anni ’40 proprio nei confronti degli Usa.
"La Nato non è venuta quando ne avevamo bisogno", ha detto, dimenticando che se i paesi europei fossero entrati in guerra con l’Iran non si sa come sarebbe andata a finire. Con la dichiarazione rilasciata ieri a Parigi dopo tre ore di colloqui, Giorgia Meloni ha confermato di essere stabilmente con i piedi in Europa. La premier, in verità, non ha mai abbandonato l’ala forte dell’Unione. Era l’unica a parlare con Trump quando gli altri avevano molte difficoltà. Ma è stata fredda sul Venezuela, gelida sulla Groenlandia, oscillante all’inizio sull’Iran, ma poi ferma nel prendere le distanze.
Lo scontro con Trump sul Papa (apprezzato dall’81% degli italiani) ha segnato una rottura che era ormai nell’aria e che sarà ricomposta dalla diplomazia, magari senza un bacio come quello di Biden, perché al di là delle follie del momento sono troppi gli interessi che legano gli Stati Uniti e l’Italia. Si aggiunga che la clamorosa sconfitta di Orbàn in Ungheria è un altro peso che Meloni si è tolta dal cuore. Il nuovo premier Péter Magyar, per capirci, è un popolare a destra del cancelliere tedesco Merz, con una linea politica generale molto vicina a quella di Meloni, ma con una convinzione europeista che risparmierà alla leader italiana le sfibranti pressioni, talvolta inutili, per ricondurre Orbàn alla ragione. Si torna quindi nella normalità internazionale, con ruoli ben definiti per ciascuno e con la possibilità di mettere a tempo pieno la testa sulle tante questioni italiane da risolvere nell’anno o poco più che ci separa dalle elezioni politiche.
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