Gianrico Carofiglio: “Il mio nuovo Grand Tour: in viaggio nelle città italiane, un’indagine dell’anima civile”

La periferia milanese in una foto di Angelo Leonardo (da Le monde ou rien, Altana)

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Da Goethe a Piovene, l’Italia è un’invenzione dello sguardo. Con Viaggio in Italia, edito dal Touring Club Italiano, Gianrico Carofiglio si inserisce nella nobile tradizione del Grand Tour, ma ne ribalta la prospettiva: non più la ricerca di rovine sublimi o stereotipi bucolici, bensì un’indagine civile che usa il paesaggio come specchio delle nostre fratture e speranze. Un attraversamento colto che trasforma il viaggio – le città narrate sono Palermo, Bari, Napoli, Roma, Cagliari, Firenze, Bologna, Venezia, Milano, Torino, Genova – in un atto politico e letterario necessario.

In quasi tutte le sue dichiarazioni recenti emerge l’idea che l’Italia stia cambiando pelle. Lei ha scelto il sentiero: è un modo per cercare un’Italia che “resiste” all’omologazione dei social e dei non-luoghi, o ha trovato segni di modernità anche dove non se li aspettava?

"Non so se parlerei di un sentiero. Forse direi itinerario: una sequenza di scelte inevitabilmente arbitrarie, come tutte le scelte che pretendono di dire qualcosa di un Paese attraverso undici città. Non cercavo un’Italia che “resiste” in senso museale, né una riserva protetta dall’omologazione. Ho trovato piuttosto una modernità che affiora nei luoghi meno prevedibili e, insieme, forme di resistenza silenziosa che non hanno nulla di nostalgico. L’Italia che cambia pelle non lo fa in modo uniforme: stratifica, sovrappone, talvolta contraddice sé stessa".

Che tipo di “umanità” ha incontrato lungo la strada? È un’Italia che ha ancora voglia di parlare o è diventata diffidente?

"Ho attraversato città medio-grandi e grandi, luoghi dove la densità umana produce ancora attrito, confronto, talvolta conflitto. L’umanità che ho incontrato non è muta né ostile. Direi piuttosto selettiva. Non parla con chiunque, non subito. C’è una forma nuova di cautela, forse figlia di una comunicazione sovraesposta e insieme impoverita. Quando però si crea un varco – una domanda giusta, un tempo condiviso – la conversazione riparte, spesso con una sorprendente profondità accompagnata da ironia".

Sciascia e Piovene vedevano un’Italia che si stava costruendo; lei oggi ne vede una che spesso sembra ripiegata. Come si evita, scrivendo un libro così, di cadere nella “trappola della nostalgia” o nella celebrazione del borgo-cartolina che non esiste più?

"Il rischio della nostalgia è reale, soprattutto quando si scrive su un paese che ha fatto della memoria una risorsa fondante ma anche ambigua. Ho cercato di evitarlo rimanendo fedele a un principio semplice: non confrontare ciò che vedo con un passato ideale, ma con le promesse implicite del presente. Piovene guardava un’Italia che si costruiva; io ne guardo una che spesso esita ma comunque scommette su un futuro possibile. Raccontarla senza indulgenze (anche se con sguardo cordiale) mi è sembrato il modo più onesto per non trasformare i luoghi in cartoline".

Spesso il cambiamento sociale in Italia si manifesta come rabbia o risentimento. Camminare è un esercizio di pazienza. Pensa che riabituare le persone alla lentezza del territorio possa essere una “cura” politica per un dibattito pubblico diventato troppo violento?

"Camminare – o comunque attraversare i luoghi senza fretta – educa a una pazienza che oggi manca al dibattito pubblico. Non credo alle cure miracolose, men che meno in politica. Ma la lentezza del territorio, il suo opporsi alla semplificazione brutale, può essere un antidoto culturale. Non rende automaticamente migliori, però costringe a misurarsi con la complessità, e questo abbassa il volume della rabbia, apre la strada al pensiero".

Non tutto quello che ha visto sarà stato bello. Come ha scelto di raccontare le ferite del paesaggio, le speculazioni o l’abbandono, senza tradire lo spirito celebrativo dei 130 anni del Touring?

"Non mi sono soffermato sulle (molte) ferite, qualcuna l’ho annotata ma non erano l’oggetto della mia esplorazione. Certo raccontare i danneggiamenti, l’abbandono, le incoerenze è parte di un atto di rispetto verso i luoghi e verso l’idea stessa di viaggio che ho in mente. Niente agiografia, ma uno sguardo responsabile, capace di tenere insieme orgoglio e lucidità. In questo caso però il mio obiettivo (se di obiettivo si può parlare, visto che mi sono mosso in modo relativamente causale, perdendomi) era la ricerca dei volti nascosti delle città e della bellezza solitamente invisibile".

Il sentiero diventa un luogo dove le gerarchie saltano. È questa l’ultima vera zona franca dove persone di generazioni diverse possono ancora capirsi senza scontrarsi?

"Il sentiero, inteso come spazio condiviso, è un luogo dove le gerarchie si attenuano perché il corpo – la fatica, il passo, il tempo – rimette tutti sullo stesso piano. Non so se sia l’ultima zona franca, ma è certamente una delle poche dove la conversazione non è immediatamente catturata dalla logica dello scontro. In quel contesto, generazioni diverse possono ancora riconoscersi senza doversi etichettare".

Molti lettori la identificano con l’avvocato Guerrieri o con i suoi personaggi più urbani. In questo libro quanto c’è dello sguardo “investigativo” che analizza gli indizi del terreno per ricostruire una verità sociale?

"C’è certamente uno sguardo investigativo, ma non nel senso della ricerca di una verità nascosta. Piuttosto nel metodo: osservare gli indizi minimi, le incongruenze, i dettagli che sembrano marginali. Il terreno, le periferie, le architetture parlano come testimoni reticenti. Non dicono tutto, ma dicono abbastanza se si è disposti ad ascoltare senza pregiudizi".

Qual è il luogo che l’ha maggiormente sorpresa e che consiglia ai lettori di riscoprire e perché?

"Più che un luogo singolo, direi alcune soglie: certi quartieri laterali delle grandi città, quelli che non finiscono nelle guide rapide e nemmeno nelle narrazioni emergenziali. Lì si colgono trasformazioni decisive, spesso ancora senza nome. Consiglierei di attraversarli senza aspettative, accettando di perdersi un po’, con il passo del flâneur di cui parlo nell’introduzione (che non casualmente si intitola: “guardarsi attorno è un atto eversivo“). È in quelle perdite di orientamento che, talvolta, si apre un portale, cioè un orizzonte inatteso di opportunità".

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