Referendum ad alta tensione, bruciata in piazza foto di Meloni e Nordio. Il Guardasigilli: “Non mi intimidiscono” |
Corteo a Roma contro il governo: bruciato un cartellone con foto di Meloni e Nordio
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Roma, 15 marzo 2026 – A una settimana esatta dal voto, la lunga resa dei conti sul referendum entra nella sua fase finale e più spietata. I manuali di diritto hanno ormai ceduto il passo alla tattica politica: da una parte c’è chi punta a fare delle urne una spallata alla maggioranza, dall’altra chi tenta in extremis di riportare l’attenzione sul merito della separazione delle carriere. In questo scenario, i prossimi sette giorni si preannunciano cruciali per convincere la vasta platea degli indecisi, compattare le truppe e disinnescare i temutissimi franchi tiratori all’interno dei propri schieramenti. A sparigliare le carte è Giorgia Meloni, che tenta il blitz pescando a piene mani nel campo avverso. Sui suoi profili social compare un video – rilanciato con il consenso dell’interessato – di Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare Pd, individuato proprio in quanto insospettabile di simpatie destrorse. “Siamo nel centrosinistra, ma sui referendum si decide nel merito”, dichiara Ceccanti, ribadendo che la Costituzione esige “un giudice terzo” e sottolineando come il sistema sbandi se, all’interno del Csm, l’arbitro gioca nella stessa squadra dell’accusa.
Questa lettura tecnica si scontra però con il muro eretto da Giuseppe Conte, deciso a trasformare il voto in un’ordalia su Palazzo Chigi. Per il leader dei 5 Stelle, l’obiettivo esplicito è dare “un calcio in faccia” a chi governa, bocciandone “l’unica vera riforma” per innescarne il crollo. Replica il sottosegretario Alfredo Mantovano, che lo accusa di confondere il referendum con le elezioni politiche del 2027: “Si vota tra chi vuole modernizzare la giustizia e chi difende la casta delle correnti”. Prende al volo l’occasione Elly Schlein per smarcarsi dalle velleità di caduta evocate dall’alleato; in caso di vittoria del No, chiarisce, non chiederà le dimissioni della premier e non stupisce: occorre sciogliere il nodo della premiership. “Noi batteremo questo governo alle prossime elezioni – taglia corto – confrontiamoci pure sul merito”.
Che il clima sia incandescente lo dimostrano, del resto, le immagini arrivate da Roma. Ieri durante il corteo convocato da Potere al Popolo, Usb e collettivi studenteschi contro “governo, guerra e referendum”, sono state bruciate le foto della premier raffigurata mentre tiene al guinzaglio il Guardasigilli Carlo Nordio, con tanto di museruola. Che assicura: “Non mi intimidiscono”. L’episodio ha scatenato la dura reazione del centrodestra contro “l’odio rosso”, incassando la condanna unanime della minoranza, dell’Anm e del presidente del comitato per il No, Enrico Grosso.
Il fronte progressista chiuderà la campagna compatto mercoledì a Roma: la scelta è caduta su Piazza del Popolo, location iconica e ideale per esibire i muscoli dell’alternativa. La coalizione di governo, al contrario, ha deciso di evitare il grande palco unitario per non alimentare il dualismo ideologico, preferendo una mobilitazione più capillare sul territorio, divisa tra i 1.500 gazebo della Lega, le “frecce per il Sì” di Forza Italia e le piazze animate dai penalisti.
Le vere incognite restano però l’affluenza e le defezioni interne. Oltre allo spettro dell’astensionismo, a gravare come macigni sono i posizionamenti individuali. Il timore maggiore si respira a sinistra, dove la separazione delle carriere è storicamente una battaglia dell’ala garantista. Se molti big, da Bettini a Vendola, sembrano disposti a sacrificare l’ideale pur di infliggere una sconfitta a Meloni, la chiamata alle armi non fa presa su tutti. Mettere in conto la diserzione dei riformisti del Pd era prevedibile, ma i pronunciamenti per il Sì da parte di figure di spicco come l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, o di costituzionalisti del calibro di Augusto Barbera e Sabino Cassese, fanno saltare gli schemi molto più di un attacco politico frontale.
La parola finale passerà ora ai salotti televisivi: per l’ultima settimana di fuoco, i leader sfileranno tutti, rigorosamente uno dopo l’altro, da Bruno Vespa.
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