Come si costruisce una scena artistica nazionale rilevante in una piattaforma globale come la Biennale di Venezia |
Il presidente La Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco
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L’assenza di artisti italiani tra gli invitati alla prossima Biennale di Venezia ha generato un dibattito vivace nel sistema dell’arte nazionale. Alcuni commentatori hanno parlato di debolezza della critica, altri di limiti strutturali del sistema artistico italiano, altri ancora hanno sottolineato la crescente internazionalizzazione delle pratiche curatoriali. Al di là delle singole interpretazioni, la discussione pone una questione più ampia: come si costruisce la rilevanza di una scena artistica nazionale all’interno di una piattaforma globale come la Biennale.
Negli ultimi decenni la Biennale di Venezia ha progressivamente rafforzato il proprio carattere internazionale. Le mostre curate dal direttore artistico sono concepite come dispositivi globali, spesso orientati a rappresentare nuove geografie culturali, questioni politiche emergenti o contesti storicamente meno rappresentati. In questo quadro, la presenza o l’assenza di artisti italiani non è necessariamente il risultato di una scelta polemica, ma può riflettere una logica curatoriale orientata alla pluralità e alla circolazione transnazionale delle pratiche artistiche.
Questa dimensione globale emerge anche nelle scelte istituzionali più recenti. Per l’edizione del 2026, ad esempio, è stata confermata la presenza della Russia attraverso il proprio padiglione nazionale, nonostante le pressioni di alcuni Paesi europei che avevano suggerito di non includere rappresentanze ufficiali russe nel contesto della guerra in Ucraina. La decisione è stata motivata richiamando il ruolo della Biennale come spazio di confronto e di dialogo culturale, capace di mantenere aperti canali di discussione anche nei momenti di tensione geopolitica. Si tratta di una posizione coerente con l’idea della Biennale come piattaforma internazionale di dibattito culturale.
Tuttavia proprio questo caso evidenzia un punto cruciale: se la Biennale rivendica la propria funzione di luogo di confronto globale, essa resta anche un’istituzione culturale profondamente radicata nel contesto italiano e sostenuta dallo Stato. In altre parole, non è soltanto una piattaforma neutrale di discussione, ma anche uno degli strumenti attraverso cui l’Italia partecipa alla costruzione delle dinamiche culturali internazionali.
Osservando altri contesti internazionali, emerge come molti sistemi artistici nazionali mantengano una forte attenzione verso la propria produzione culturale. Paesi come Francia, Germania o Regno Unito dispongono di infrastrutture istituzionali, critiche e di mercato che contribuiscono alla costruzione e alla promozione della scena artistica nazionale. Musei, fondazioni, gallerie e programmi pubblici operano spesso in modo coordinato per sostenere gli artisti locali e inserirli nei circuiti internazionali.
Allo stesso modo molte biennali nate negli ultimi decenni svolgono, accanto alla loro dimensione globale, anche una funzione di rafforzamento delle scene artistiche dei paesi che le ospitano. Manifestazioni come la Biennale di São Paulo, la Gwangju Biennale in Corea del Sud o la Sharjah Biennial negli Emirati Arabi hanno contribuito a costruire visibilità internazionale per gli artisti dei rispettivi contesti. In modo analogo, l’India Art Fair ha consolidato la presenza dell’arte contemporanea indiana sulla scena globale, mentre in Arabia Saudita la Diriyah Contemporary Art Biennale a Riyad e la Islamic Arts Biennale di Jeddah – due manifestazioni complementari – mettono in relazione la produzione artistica nazionale con il dibattito internazionale.
Le biennali, pur configurandosi come dispositivi aperti alla contemporaneità globale, operano quasi sempre all’interno di sistemi culturali che riconoscono nell’arte una risorsa simbolica e strategica. In molti casi esse contribuiscono, più o meno esplicitamente, a rafforzare la visibilità della produzione artistica nazionale e a costruire nel tempo le condizioni della sua legittimazione internazionale. Da questa prospettiva, l’eventuale presenza di artisti italiani nella mostra internazionale della Biennale non sarebbe stata necessariamente uno scandalo. Avrebbe potuto rappresentare un segnale di fiducia nella capacità di una scena artistica di contribuire al dibattito contemporaneo.
Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto la Biennale di Venezia, ma il modo in cui un sistema culturale decide di sostenere e rendere visibile la propria produzione artistica. La rilevanza di una scena non dipende esclusivamente dalla qualità delle opere, ma dall’interazione tra istituzioni, mercato, critica e collezionismo che contribuiscono a costruire nel tempo condizioni di riconoscimento e circolazione.
Negli stessi mesi in cui in Italia è stata approvata la riduzione dell’Iva sulle opere d’arte per rafforzare la competitività del mercato, episodi come questo ricordano che lo sviluppo di un sistema artistico non è solo una questione economica. Mercato e dibattito culturale restano ambiti distinti, ma la loro vitalità è profondamente interconnessa.
Proprio oggi viene pubblicato l’UBS Art Market Report 2026 che conferma (a dispetto di una crescita mondiale modesta del 4%) una ulteriore contrazione del mercato italiano (-2%) che relega il mercato dell’arte in Italia a meno dell’1% a livello globale. Se l’obiettivo è rendere l’arte italiana più visibile nel contesto internazionale, la questione non è soltanto sostenere il mercato, ma rafforzare le condizioni culturali e critiche che rendono possibile la costruzione di una scena artistica riconoscibile. E in questo processo anche istituzioni come la Biennale – pur nella loro vocazione internazionale – non possono limitarsi a essere solo piattaforme di discussione globale, ma devono contribuire allo sviluppo del sistema culturale di cui fanno parte. Ed è proprio su questo terreno che il sistema, nel suo insieme, è chiamato oggi a interrogarsi.
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