Cencelli, l’uomo che trasformò le crisi di governo in una formula matematica |
Morto a 90 anni l’ex funzionario della Democrazia cristiana che inventò il metodo più famoso della politica italiana. Nato per tenere insieme correnti e alleati, il “Manuale Cencelli” attraversò la stagione dei governi fragili della Prima Repubblica e sopravvisse alla fine dei partiti che lo avevano generato
Massimiliano Cencelli è morto, il Manuale Cencelli quasi certamente no. È questo il paradosso che accompagna la scomparsa, a Roma, all’età di 90 anni, dell’ex funzionario della Democrazia cristiana il cui cognome è diventato qualcosa di molto più duraturo di una carriera politica: un modo di dire, una categoria del giornalismo parlamentare e, soprattutto, la definizione immediata di quel momento in cui la politica smette apparentemente di discutere di programmi e comincia a contare ministri, sottosegretari, presidenze, deleghe e posti da distribuire.
Il dettaglio più interessante, però, è che il celebre manuale nacque precisamente dentro una crisi e nelle crisi trovò per decenni il proprio ambiente naturale. Non perché una formula matematica abbia fatto cadere, da sola, i governi della Prima Repubblica: sarebbe una semplificazione storica difficile da sostenere. Piuttosto perché, in un sistema costruito su coalizioni fragili, correnti interne potentissime e rapporti di forza continuamente mutevoli, ogni crisi diventava anche l’occasione per ricalcolare chi contava quanto e, di conseguenza, a chi spettava cosa. Il Cencelli avrebbe dovuto rendere questo passaggio più razionale, quasi scientifico; finì per diventare il simbolo di una politica nella quale il governo poteva essere contemporaneamente una sede decisionale e una gigantesca equazione da mantenere in equilibrio.
Tutto cominciò con un 12 per cento
La storia nasce alla fine degli anni Sessanta, quando Cencelli lavorava con Adolfo Sarti e nella Democrazia cristiana le correnti non erano semplici sensibilità culturali, ma organizzazioni strutturate, capaci di misurarsi attraverso congressi, tessere, delegati e uomini da collocare nei diversi gangli del potere. Nel 1967 Sarti, insieme a Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga, aveva dato vita alla corrente dei “pontieri”, che al congresso della Dc aveva raccolto il 12 per cento; di fronte alla necessità di tradurre quella percentuale in incarichi, Cencelli ebbe l’intuizione che lo avrebbe reso famoso: applicare alla politica una logica simile a quella di una società per azioni, distribuendo le cariche proporzionalmente al peso posseduto.
Non bastava, naturalmente, contare le poltrone, perché una poltrona non valeva l’altra. L’Interno aveva un peso diverso dal Turismo, un ministero strategico non poteva essere compensato con un semplice incarico marginale e quindi a ciascuna funzione doveva essere attribuito, almeno idealmente, un coefficiente. Una corrente che conquistava un dicastero molto importante avrebbe ricevuto meno incarichi secondari; un’altra, rimasta esclusa dai ministeri più pesanti, avrebbe potuto compensare con un maggior numero di sottosegretari. Nella ricostruzione successiva del metodo, si arrivava persino ai decimali: alla corrente tavianea potevano spettare 1,80 ministri e 3,24 sottosegretari, numeri impossibili da applicare letteralmente ma perfetti per mostrare quanto fosse sofisticato il tentativo di trasformare la competizione politica in proporzione aritmetica.
La coincidenza temporale è significativa. Nel 1968 il terzo governo Moro entrò in crisi e si preparò il secondo esecutivo guidato da........