I «repubblichini» sono peggio del loro editore John Elkann

Dalla ritirata industriale della Fiat al silenzio dell’informazione progressista: perché oggi i giornalisti scoprono John Elkann e ieri tacevano sul disimpegno dall’Italia.

Quasi quasi mi viene voglia di difendere Jaki Elkann. Lo so che il nipote dell’Avvocato è indifendibile e che neppure se fossi Perry Mason, il mitico avvocato americano dei telefilm anni Sessanta, riuscirei a convincere la giuria che non ha responsabilità nel disastro della Fiat e ancor meno in quello di Repubblica. Tuttavia, vedendo che tra quanti lo attaccano per le catastrofi editoriali ci sono anche alcuni suoi dipendenti, che fino a ieri erano pronti a leccargli gli stivali, mi viene naturale schierarmi dalla sua parte.

Quando anni fa comprò il gruppo Espresso, da poco divenuto Gedi (con la G, dunque come poi si è visto niente a che vedere con i combattenti di Guerre stellari), era ben chiaro quale fosse la ragione per cui gli eredi del più grande polo automobilistico italiano mettevano piede nell’editoria. Speravano di fare quello che a Carlo De Benedetti era riuscito benissimo per anni, ovvero farsi gli affari suoi e difenderli con i suoi giornali. Nel caso degli Agnelli, Repubblica ed Espresso avrebbero dovuto garantire la ritirata dall’Italia, cioè fare in modo che il trasferimento all’estero delle attività produttive non scatenasse un’offensiva giornalistico-sindacale tale da indurre i........

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