We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close
Aa Aa Aa
- A +

Senza pudore - La vita dei nostri figli sullo smartphone

1 0 0
09.12.2019

Sembra un quadro di Edward Hopper, dove la banalità del quotidiano copre l’angoscia. Una famiglia come tante al ristorante: papà, mamma, una figlia, in quell’età che bambina è poco e ragazza è troppo, lo sguardo che non si sposta dal telefonino. «Stai sempre al cellulare», la rimproverano i genitori senza convinzione. Lei si alza indifferente e dice: «Vado in bagno», come fosse una risposta. Chiude la porta a chiave, solleva la maglietta e fotografa allo specchio i seni acerbi. Invio. Si gira di schiena, abbassa i pantaloni per mostrare l’intimo e scatta di nuovo. Invio. Quando torna al tavolo la mamma le sta amorevolmente tagliando la pizza.

Benvenuti nel nuovo mondo dei nostri figli. Sesso casuale, bestemmie, inni a Adolf Hitler e all’Isis, droga, soprusi. Scabroso? Certo. Diffuso? Più di quanto osiamo temere. Da anni bambini e preadolescenti hanno a disposizione tecnologie poderose, strumenti dalle capacità infinite che li iperconnettono tra loro e con il mondo infinito di internet e dei social network.

Il solco, che ha sempre diviso una generazione dalla precedente, con lo smartphone è diventato un intreccio di oscure gallerie digitali da cui gli adulti (cresciuti giocando in cortile), sono tagliati fuori. Vita reale e vita virtuale si mescolano, si confondono: «È la Onlife, come l’ha definita il filosofo Luciano Floridi» spiega Matteo Lancini, psicoterapeuta e presidente dell’Istituto Minotauro di Milano. «Bambini nudi e bambini nei forni crematori: più crei contrasti, più crescono i like. E alla base c’è una ricerca spasmodica di successo, popolarità. I nostri figli pensano che meglio essere morto e popolare, che vivo e trasparente». I pochi sprazzi di verità che ci sono concessi lasciano semplicemente esterrefatti. «Credo che la parola giusta sia “disperazione”» allarga le braccia Marco P., 51 anni, milanese, padre di una dodicenne che lui ingenuamente pensava ancora bambina. «Le abbiamo comprato il telefono in quinta elementare e da allora è diventato la sua vita». Ne fa un uso compulsivo. È come una droga. Ma purtroppo c’è di più, come racconta a Panorama: «In prima media le abbiamo permesso di connettersi ai servizi di messaggistica e ai social. Non possiamo tagliarla fuori dalla sua generazione, ci siamo detti. Invece l’abbiamo rovinata». Quando finalmente Marco accede al telefono della figlia è un vero trauma: conversazioni su Instagram Direct e WhatsApp infarcite di parolacce, riferimenti all’acquisto di macchinette per «svapare» e a compagni di scuola che usano marijuana, sexting con le sue foto nuda, baci saffici, immagini di genitali maschili in erezione. Fino a filmati di masturbazioni e sesso orale praticato dalla giovanissima nel bagno di un McDonald’s. Con le amiche, tante, tantissime, parlano di esperienze simili. Non è la bambina dolce ed educata che Marco credeva di avere in casa. «Non so spiegare la rabbia e la pena che ho provato. Ma la colpa è nostra» racconta con gli occhi stanchi. «L’abbiamo lasciata entrare in un “luogo” dove vale tutto, con milioni di ragazzi e nessun adulto a indicare cosa sia giusto e sbagliato».

Un Paese dei balocchi che pensiamo virtuale e che invece è reale e crudo, dove si torna allo stato primordiale, alle........

© Panorama