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La dislessia è anche un business

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17.01.2020

Se un bambino ha un disturbo dello sviluppo, dell’apprendimento, del comportamento alimentare, o una qualche disabilità, la sua famiglia riceve dallo Stato, ogni mese, una cifra mensile di quasi 300 euro. Cosa buona e giusta, si direbbe. E di fatto lo è. Ma se quello stesso bambino fa fatica a leggere e scrivere per motivi che nulla c’entrano con un presunto disturbo, se la sua disabilità non è una vera disabilità ma deriva da una falsa diagnosi (o è un «falso positivo»), se la famiglia non avesse diritto o necessità di un sostegno economico, se i controlli fossero poco accurati, ecco, allora quella somma, garantita un po’ a capocchia e un po’ a tutti, diventa un problema. Etico, ed economico per i conti dello Stato.

È quello che sta succedendo in Italia con «l’indennità di frequenza»: una somma prevista dalla legge 289 del 1990 con cui lo Stato eroga 293,75 euro per ogni minore che, per esempio, abbia una diagnosi di Dsa, disturbo specifico di apprendimento (dislessia, disgrafia, discalculia...); di Adhd, disturbo da deficit di attenzione e iperattività; di disturbo del comportamento alimentare, come anoressia o bulimia. O di Bes, Bisogni educativi speciali, ampio contenitore che racchiude i bambini iperattivi, con difficoltà di concentrazione.

Indennità, fino a poco tempo fa, nota alle sole famiglie con queste problematiche. Oggi invece la platea di chi ne ha diritto si sta allargando al punto da rappresentare un allarme per i conti pubblici. Nel 2019 l’Inps ha erogato 166.351 indennità a minori, pari a 48 milioni e 865 mila euro. L’anno precedente erano 155.907 e la somma arrivava a poco più di 45 milioni di euro. Un aumento di tre milioni solo nell’ultimo anno che, secondo tutte le stime, è destinato a crescere sempre più. Con l’aggravante che le lacune normative consentono ampi spazi di manovra per chi vuole intascare l’assegno di quasi 300 euro al mese (3.500 euro all’anno). Per avere diritto all’indennità, infatti, il minore deve avere un reddito inferiore a 4.906,72 euro annui. Cioè tutti. Perché quello della famiglia non conta. Così il figlio di un industriale ha gli stessi diritti di chi con lo stipendio non arriva a fine mese.

Altra nota negativa: le spese che il minore deve sostenere per la riabilitazione necessaria a competere ad armi pari con i compagni di scuola non devono essere certificate. In altre parole, l’Inps non richiede le ricevute di pagamento per eventuali tutor di sostegno, lezioni private, sedute dallo psicologo. Se da un lato è evidente che i 293 euro mensili non bastano a coprire i costi che una famiglia deve sostenere per far fronte alle criticità del figlio, d’altra parte nessun controllo impedisce che questi finanziamenti restino nelle tasche di chi non ha assoluta necessità o intenzione di ricorrere a questi strumenti compensativi.

Un rischio che impone una revisione normativa, anche perché il........

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