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Le cosche fanno affari in Bitcoin

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26.11.2019

I magistrati che ci lavorano su da qualche tempo la chiamano familiarmente la «blockchain criminale». E oltre ad aver scoperto che gli evasori fiscali sono già corsi ai ripari tramite lo «spacchettamento» delle somme da far sparire ricorrendo a criptovalute e a monete virtuali, hanno anche svelato che gli stessi meccanismi sono già in fase sperimentale negli ambienti della malavita e del terrorismo internazionale. I criminali, insomma, aggirando la direttiva antiriciclaggio, hanno già trovato il modo di andare oltre la sbandierata guerra al contante, uno dei mantra del governo giallorosso.

L’inchiesta madre è stata ribattezzata «European ’ndrangheta connection». E, con grande sorpresa, gli investigatori hanno appreso che, nell’era del 2.0, i soliti boss da coppola e lupara, oltre a parlare un inglese fluente, dal cuore della Locride avevano proposto a un cartello della coca sudamericano un pagamento in bitcoin. L’affare si è concluso però con il classico bonifico fatto da una «testa di legno», ma solo perché doveva essere chiuso in fretta e il broker brasiliano ancora non si rendeva bene conto delle potenzialità offerte dalle nuove frontiere finanziarie.

«Abbiamo la prova» sostiene il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo «che le cosche hanno proposto ai loro referenti in Brasile il pagamento in bitcoin. Questo dimostra la capacità di evoluzione della ’ndrangheta. Le cosche calabresi sono già pronte, gli altri no».

E a sentire Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Napoli in corsa........

© Panorama