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"La Chiesa ha aiutato l'assassino di mia figlia..." - Esclusiva Panorama

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23.12.2019

«Mamma, non pensare al corpo. Mi è venuta in sogno con queste parole e allora io, dopo tre mesi di solitudine, ho riaperto la porta. È successo anche il 4 marzo, alla vigilia del processo, quando ho compiuto 40 anni. Lei mi parla».

Alessandra Verni, la mamma di Pamela Mastropietro, è una donna bella, piccola e armoniosa, con degli occhi grigi che fanno paura al pensiero di ciò che hanno visto. La voce è un filo, ma dentro ci trovi tutte le sfumature del dolore. Il processo si è concluso con l’ergastolo e l’isolamento per Innocent Oseghale, il nigeriano tagliatore di corpi, colpevole di aver stuprato una diciottenne in fuga da se stessa, di averla uccisa a coltellate e poi smembrata come si fa con gli animali da macello. Lo scopo era di liberarsene facendola entrare in due valigie.

Alessandra, parrucchiera, ha vissuto questo film dell’orrore senza alcun sostegno psicologico, senza un Tavor, una pillola per dormire o per trovare una parentesi alla disperazione. Stringe la croce: «Io prego, mi affido alla Madonna. A mia figlia avevo regalato la Madonnina miracolosa che teneva al collo quando l’hanno ammazzata. Anche lei credeva, soprattutto negli angeli». E nelle fate. Accanto all’albero di Natale con le luci rosa, alle foto e alle candele, nella cameretta di via Saluzzo a Roma, zona piazza dell’Alberone, c’è un cartello inequivocabile: «Fate piano, qui vive una fata».

Fatina Pamela si è addentrata nella favola, il 29 gennaio di due anni fa, ma ha incontrato il lupo cattivo. Anzi, un branco di lupi. I primi due, il tassista e un altro uomo di mezza età che le hanno dato un passaggio da Corridonia a Macerata, hanno approfittato del suo corpo lungo il percorso. Era confusa, sicuramente non nel pieno delle sue facoltà mentali, ma in questo caso la giustizia non ha chiesto conti da pagare. L’ultimo lupo, Innocent, l’ha braccata fino a farne un mucchietto di organi da buttare.

«Quando ho dato alla luce lei, la mia unica figlia» dice Alessandra «stavo per morire e sono andata di là. Ho visto tutto, quello che dicono è vero: c’era una grande luce bianca che dava gioia. In fondo a una fila di persone vestite di nero, io aspettavo con il camice del parto. Ma sono tornata indietro...». E appena Pamela è stata in grado di capire, glielo ha raccontato.

Ora che è Natale, Alessandra, oltre all’albero in cameretta, ne ha fatto uno al cimitero del Verano, con la renna di peluche che porta le candele. E sulla tomba c’è la foto scattata a Pamela il 25 dicembre di due anni fa, quando erano tutti a Macerata: lei, mamma e papà (da cui Alessandra è separata) alla Pars di Corridonia, comunità terapeutica vicina agli insegnamenti di don Giussani. «Quel giorno stava bene, ma quando siamo ripartiti ha cominciato a vomitare e ci hanno chiamato». Insomma, tutto è precipitato. La mamma pensa «a ritroso». Perché il calvario, per lei e sua figlia, è iniziato prima, con la via crucis dal Cto del San Giovanni di Roma, in psichiatria, alle cliniche private indicate dal Sert fino a Corridonia, l’ultima «casa». Un percorso fatto di fughe, crisi, con assistenti sociali e psicologi che frettolosi entravano e uscivano dalla scena. Negli occhi di Alessandra si legge: mi hanno lasciata sola con una cosa più grande di me. Ma non era che l’inizio.

Questo è il secondo Natale senza Pamela, che ha curiosamente conservato su una mensola della cameretta, in un vasetto di vetro, quel che resta del proprio cordone ombelicale. «L’anno scorso ho........

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