È morto Ennio Brion, imprenditore del design e anima di Brionvega

Si è spento ieri mattina a Cortina d’Ampezzo Ennio Brion, dove si era ritirato da tempo con l’inseparabile moglie Giorgia. Nato a Bassano del Grappa nel 1940, era figlio di Giuseppe Brion, pioniere dell’elettronica di consumo nel dopoguerra e fondatore della Brionvega. Anche se ha trascorso gran parte della vita a Milano, il suo nome resta indissolubilmente legato ad Altivole, terra d’origine della famiglia, dove volle riportarne la memoria e dove ha preso forma uno dei capolavori assoluti dell’architettura del Novecento.

Laureato in economia, dopo la morte del padre affiancò la madre Onorina Tomasin alla guida della Brionvega dal 1968 fino alla sua incorporazione nella Seleco nel 1992, divenendo una figura decisiva per il design italiano. Sotto la sua guida Brionvega era diventata un laboratorio di innovazione: radio e televisori entrati nelle collezioni dei principali musei internazionali, dal MoMA di New York al Centre Pompidou di Parigi.

Già da giovanissimo, raccontava, il problema gli appariva chiaro: «Nel mondo dell’elettronica di consumo gli oggetti avevano due modelli: le radio guardavano alla Germania, i televisori all’America». Da qui era nata la ricerca di una via italiana. Il primo incontro decisivo era stato con Marco Zanuso. Le forme morbide, «quasi sensuali», del televisore Antares segnavano una rottura rispetto alla rigidità dell’International Style. Attorno a Zanuso si era costruito un sistema di collaborazioni che includeva Richard Sapper, i fratelli Castiglioni, Mario Bellini, Ettore Sottsass, Sergio Asti. Ma il vero modello era stato Olivetti.

L’incontro con Adriano Olivetti, nel 1960, e la scoperta di Ivrea avevano fissato un principio che non avrebbe più abbandonato: «Tutto è comunicazione». Il prodotto, l’architettura, lo stabilimento, il paesaggio: ogni elemento partecipava a un’idea unitaria di qualità. Da questa visione era nata la fabbrica Brionvega ad Altivole, progettata da Zanuso con il paesaggista Pietro Porcinai: non solo edificio, ma tentativo – rimasto incompiuto – di disegnare un intero paesaggio industriale. L’altro capitolo decisivo era stato il rapporto con Carlo Scarpa, ancora ad Altivole, nel complesso funerario di famiglia a San Vito.

Fu lui a indicare il nome di Scarpa, scegliendo per la sepoltura dei genitori Giuseppe e Onorina non una tomba, ma quello che sarebbe diventato un luogo unico: una “cittadella del commiato” tra edifici, acqua e percorsi. Scarpa vi lavorò per anni, modificando continuamente il progetto. Ne uscì un’opera senza equivalente, oggi tra i capolavori assoluti del Novecento, capace di attirare visitatori da tutto il mondo e di trasformare un margine di pianura in meta di pellegrinaggio laico, dove lo stesso architetto volle essere sepolto. Dopo averne sostenuto il restauro, Brion l’aveva donata al FAI per garantirne la conservazione e la fruizione pubblica.

E non solo per quanto lasciato ad Altivole Brion fu uno dei più importanti committenti di architettura del secondo Novecento, capace di orientare il progetto senza sovrapporsi a chi lo realizza. Dopo la stagione industriale si era dedicato all’architettura come seconda vita: a Milano aveva promosso interventi di grande scala: dalla ristrutturazione di Palazzo Citterio con James Stirling al progetto del Portello-Fiera, sviluppato con Gino Valle e poi con altri architetti. Il punto, per lui, non era imporre ma riconoscere.

«Quando scegli un autore lo devi rispettare», è la sintesi che attraversava tutta la sua esperienza. In un Paese dove l’architettura è spesso evitata come tema politico e culturale, la sua figura ha rimesso al centro una questione essenziale: non solo chi progetta, ma chi sceglie cosa far progettare. —


© Messaggero Veneto