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L’Apu in piena emergenza alza bandiera bianca: contro Varese non c’è partita

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08.03.2026

Varese batte nettamente un’Old Wild West mutilata, già con due stranieri traballanti da mesi (Zoriks e Dawhkins, non giriamoci intorno) e pure senza Calzavara out per guai al ginocchio e Benzdzius fermato dal mal di schiena alla vigilia vagamente.

Udine lotta, ci prova, difende fino, può contare su una grande serata, condita da vagonate di energia, di Mekowulu (25 punti e 14 rimbalzi) sotto canestro, ma perde 82-91 una partita che non ha mai dato l’idea di poter vincere.

Adesso bisogna sperare che il ginocchio di Calzavara si sistemi (per come zoppicava in riscaldamento non c’è da stare allegri), la schiena pure del lituano pure e che lo spirito degli uomini di Vertemati resti sempre quello di una squadra che non molla mai, come ieri sera nonostante le assenze, i pochi punti nelle mani (difetto di costruzione) e la valanga di talento degli ospiti. Dopo due settimane di stop e con quelle assenze Varese, che da quando si prese una scoppola in casa dall’Apu a fine novembre ha cambiato registro, anche per l’aggiunta di Stewart.

Ci si mette quattro azioni a capire che tra le due squadre c’è un abisso alla voce atleticità e talento, che il solo Mekovulu non riesce a compensare. Gira e rigira, o Udine difende alla morte e ci prende da tre punti o perde. Una rubata di Moore con schiacciata finale e un altro canestro di Alviti, altro buono che non c’era all’andata, sono la conferma di quanto scritto. Del resto, i numeri di uno straordinario campionato sono sotto gli occhi di tutti: Alibegovic è il terminale del gioco bianconero, il mantra è braccarlo, stancarlo. Senza i suoi canestri Christon può innescare poco.

Eppure a difendere il ponte Apu c’è lui, Mekovulu. Varese ha talento smisurato, segna tutto quel che tira o quasi nel primo quarto, eppure lui è lì: stoppa, segna (14 punti). E aspetta che qualcuno srrivi a dargli una mano. Aspetta che ti aspetta Varese a fine quarto per inerzia scappa via: 21-28. Ovazione, intanto, per Hickey tornato al Carnera e trepidante accanto alla panchina assieme al lituano con la sciatica.

Varese, con almeno 4-5 giocatori con punti nelle mani, è l’avversario peggiore per una squadra con pochi punti nelle mani e per giunta menomata. El General Scola, gran capo di Varese, tanto per dare un’idea di come funziona in serie A, vista la sua squadra in difficoltà, l’ha rinforzata col talento di Stewart in regia. Udine va di sistema, invece, un sistema però mutilato.

Anche Spencer, come sempre, il suo lo fa. Ma la coperta non è corta, è cortissima. Zoriks non è Calzavara. Quello è sempre lì sul ponte. Salta, corre, segna, ovviamente anche sbaglia. Vero, la quinta palla persa con seguente tripla dall’angolo di Stewart, è una mazzata, ma al ponte arrivano almeno i rinforzi. Senza punti nelle mani, pure senza la fisicità di Calzavara, i canestri e l’esperienza di Benzius, cronicamente senza due stranieri, Udine all’intervallo è “solo” sotto 42-46. Ancora in partita. Nonostante tutto. Perché è una squadra che ha un’anima, ormai nel suo Dna.

Si riparte, Mekowulu da un pezzo è in doppia doppia. Da Ros ci mette l’anima, Christon si desta. Il piano è chiaro, l’unico possibile: restare lì con difesa e carattere e provarci nel finale. Sperando che in qualche modo il sistema vinca sulla marea di talento che può mettere in campo Varese, anche con chi entra dalla panchina (e il coach greco Kastritis deve fare a meno pure dell’azzurro Librizzi).

Un canestro da tre dell’ex Trieste a Milano Alviti (averlo, ma chissà quanto costa) a 6’ dalla fine del quarto è la chiosa finale.

Vertemati prova a scuotere i suoi, lui stesso, maestro del sistema, sa che in queste condizioni non se la può giocare davvero con la sua ex squadra e un Moore o un Iroegbu, beninteso, li allenerebbe volentieri. E, per dare l’idea di come la squadra del presidente Pedone giochi da mesi con i due stranieri traballanti, rimette in campo Dawkins e Zoriks solo nell’ultimo quarto. Con le unghie l’Apu prova a vedere le luci posteriori dell’avversario.

Serata di nebbia, niente da fare. Una medaglia al sergente Mek, quello sul ponte. carbone al coach di Varese che chiama time out a 3” dalla fine sul 92-81.

Dai, Treviso lotta ma perde in casa con la Reyer, resta a meno 10. Che in fondo è quel che conta. Perché è bello giocare in serie A.


© Messaggero Veneto