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Editoriale – L’Europa delle persone, non dei numeri

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23.02.2026

Basterebbe vedere Utopia, il film diretto dal consigliere del CGIE Pietro Mariani, per comprendere quanto profondo e autentico sia il suo legame con il mondo dell’emigrazione. In quell’opera – intensa, sobria, attraversata da una tensione morale rara – ritroviamo lo sguardo di chi non ha mai considerato gli italiani all’estero come una categoria astratta, ma come volti, storie, percorsi di vita. Per lui non sono mai stati numeri: sono sempre stati persone.

Quel film non è soltanto un prodotto culturale. È la testimonianza di un impegno che dura da oltre vent’anni. Dal 2003, quando entrò per la prima volta nel Comites, Mariani ha dedicato una parte significativa della sua vita alla rappresentanza degli italiani all’estero. Consigliere, poi presidente del Comites di Madrid dal 2015, e dal 2022 consigliere del CGIE: un percorso costruito sull’ascolto quotidiano, sul volontariato concreto, sulla ricerca di soluzioni condivise.

Nel suo intervento al Seminario Internazionale ACLI/EZA 2026 ha ricordato ciò che spesso la politica dimentica: “la mobilità non è un fenomeno statistico, ma umano”.

È fatta di giovani che a volte arrivano senza sapere dove dormire, di lavoratori che non comprendono il sistema sanitario del Paese che li accoglie, di professionisti qualificati costretti a occupazioni dequalificate, di famiglie che faticano a iscrivere i figli a scuola o a ottenere un documento urgente. È fatta di paure e di speranze. È fatta di dignità.

Viviamo in un’Europa che garantisce la libertà di movimento, ma non sempre assicura la pienezza dei diritti. La libertà, da sola, non basta. Deve essere accompagnata dalla portabilità delle tutele, dal riconoscimento delle competenze, da un accesso equo ai servizi. Tra le questioni più urgenti sollevate da Pietro Mariani, vi è l’omologazione dei titoli di studio: un ostacolo concreto alla mobilità. Infermieri che non possono esercitare, ingegneri relegati a mansioni non qualificate, insegnanti bloccati da procedure interminabili. E quando decidono di tornare in Italia, scoprono che il loro percorso europeo non viene riconosciuto. È una ferita individuale e insieme uno spreco collettivo che il Paese non può più permettersi.

A questo problema ne affianca un altro: la nuova legge sulla cittadinanza approvata nel 2025, che introduce restrizioni significative nella trasmissione della cittadinanza ai figli, soprattutto nelle famiglie miste e nei contesti di doppia nazionalità. Il rischio è quello di spezzare legami, creare disuguaglianze tra fratelli nati in Paesi diversi, trasformare un diritto in un percorso a ostacoli. La cittadinanza non può diventare un muro burocratico: deve restare un ponte tra identità, culture, generazioni.

La riflessione si inserisce in un quadro più ampio: quello dell’inverno demografico italiano ed europeo. L’Italia si sta progressivamente svuotando; interi territori perdono popolazione, mentre settori strategici – dall’industria alla sanità – soffrono una carenza drammatica di professionalità. Nello stesso tempo, centinaia di migliaia di italiani lavorano e si formano in Europa.

Mariani si chiede: “Perché non trasformare questa mobilità in una risorsa strutturale? Perché non costruire politiche di ritorno credibili, fondate sulla circolarità, capaci di permettere di andare, tornare e ripartire senza perdere diritti, contributi e opportunità?

In questo scenario, la rappresentanza assume un valore decisivo. Il CGIE, oggi composto da 43 consiglieri eletti e 20 membri di nomina governativa, riflette un equilibrio che appartiene a un’altra stagione”. La proposta avanzata da Mariani – ridurre i nominati a otto e integrare nel Consiglio i dodici parlamentari eletti all’estero – merita un confronto serio. Rafforzare il coordinamento tra rappresentanza istituzionale e legislativa significherebbe rendere più autorevole ed efficace l’azione a tutela delle comunità italiane nel mondo.

Per quanto riguarda la Spagna, il nostro consigliere CGIE ha dato particolare evidenza a due nodi irrisolti: il riconoscimento tempestivo dei titoli di studio e la questione della doppia nazionalità. In un’Europa che ambisce a una sempre maggiore integrazione, tali ostacoli appaiono come paradossi difficilmente giustificabili. Se l’Unione vuole essere una comunità di diritti e non soltanto un mercato, deve garantire coerenza tra libertà proclamate e diritti effettivi.

L’Europa del 2030 non sarà costruita solo dai trattati, ma dalle persone che attraversano confini, parlano più lingue, abitano identità plurali. La mobilità italiana rappresenta una ricchezza economica, culturale e sociale per l’intero continente. Ma perché lo sia pienamente, occorre che l’Italia faccia la propria parte: semplificando i servizi, riconoscendo competenze e titoli, proteggendo la trasmissione della cittadinanza, rafforzando la rappresentanza, promuovendo politiche di ritorno e di circolarità.

Le battaglie richiamate da Pietro Mariani non sono rivendicazioni corporative. Sono questioni di giustizia, di coerenza europea, di futuro. Da queste pagine le sosteniamo con convinzione e invitiamo le nostre comunità a partecipare al dibattito con idee, proposte e responsabilità.

Perché l’Europa delle persone – non dei numeri – è un’Utopia per la quale vale la pena lottare e che non possiamo lasciar affondare.


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