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Trentasei Warhol al giorno. Diario selvaggio, prima dei selfie

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25.06.2019

Speravo con tutto il cuore che avessero resistito alla tentazione, e invece no, eccola la frasetta inevitabile, subito lì, nella prefazione: "Cosa sarebbe accaduto se Andy Warhol fosse vissuto nell'era dell'iPhone?".

Devono ossessionarci ben bene questi aggeggi da tasca se ci costringono a rileggere il lavoro degli artisti del come una profezia, una attesa, quindi una mancanza, del grande strumento del millennio.

Rispondo: non lo sappiamo, cosa avrebbe fatto Warhol con un iPhone, ma sarebbero stati un'altra storia e un altro Warhol, dunque la domanda è insensata.

Ma vabbe', non è sufficiente ad annullare il piacere, ma no, di più, il magnetismo di questo libro, Contact Warhol, che non affronta soltanto, per la prima volta così accuratamente, il rapporto del papa del Pop con la fotografia, ma ce lo spiattella davanti agli occhi con una abbondanza in cui ci si può perdere, ubriacare. Centinaia di immagini.

Contestualizzo. Negli ultimi anni della sua vita, Warhol non usciva mai di casa senza una 35mm al collo (all'inizio era la minuscola Minox, poi una reflex standard) con la quale, ci vien detto, scattava molto spesso, al ritmo di circa un rullino in bianco e nero al giorno. Trentasei Warhol al giorno.

Abbiamo dunque la bellezza di 130 mila immagini ancora largamente da esplorare, in gran parte sotto la forma di provini a contatto, oggi custoditi dalla Stanford University, che Warhol faceva accuratamente tirare e ogni settimana, al venerdì sera pare, a giudicare dai numerosissimi segni a matita rossa grassa, riguardava con molta attenzione.

Di Warhol vivente abbiamo due soli libri fotografici, Exposures e America, che raccolgono una minima parte di quella bulimia fotografica tardiva. Che cosa era, per Warhol, fotografare con tanta insistenza, per poi non pubblicare quasi nulla? "D'ora in poi dobbiamo fare foto ovunque andiamo", disse all'amico e collaboratore Bob Colacello nel '76. Negli stessi anni, Italo Calvino faceva dire quasi la stessa cosa al suo fotografo paranoico Antonino Paraggi.

Allora, diciamo le cose come stanno: non c'è stato affatto bisogno di aspettare l'irruzione della fotografia da tasca, della smartphoto, perché qualcuno sviluppasse una patologia fotografica........

© La Repubblica