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Macchine per vedere, macchine per pensare

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24.09.2019

Vi parlerò di una macchina per pensare. No, non una macchina capace di pensare. Non voglio parlare di intelligenza artificiale. Vi parlerò di intelligenza naturale.

Vi parlerò di una macchina che aiuta l’uomo a pensare il mondo, se stesso e il proprio lavoro sul mondo.

Forse vi parlerò di due macchine di questo tipo, in verità.

La prima, la inventò Aldo Rossi trentasei anni fa.

Era il 1983, e la Galleria Civica di Modena, splendida istituzione pubblica della cultura visuale, pioniera di un’idea della conoscenza dell’arte come servizio al cittadino, volle dedicare una mostra al grande architetto che in quella città alcuni anni prima aveva progettato il suo celebre cimitero.

Un’ambasceria di dirigenti della Galleria andò da lui a Milano per discuterne i dettagli. C’erano il direttore Nino Castagnoli, il curatore Oscar Goldoni e il responsabile degli allestimenti Fausto Ferri.

Fu quest’ultimo a esprimere un dubbio. La mostra si sarebbe tenuta nella splendida Palazzina del Vigarani, settecentesca serra ducale nei giardini pubblici. Sotto la cupola centrale era previsto figurasse un modellino del cimitero.

Ma la maquette che Rossi aveva realizzato era troppo piccola, scompariva in quello spazio, fagocitata dalle dimensioni dell'androne e dalla sua invadenza stilistica rococò. Fausto allora chiese all’architetto di farsi venire un’idea per qualcosa di più imponente.

Rossi (racconta Ferri), afferrò un foglio a caso, pare fosse un A3 da fotocopiatrici, e in pochi minuti vi sbozzò a matita l’assonometria di uno strano edificio, fatto di forme architettoniche basilari, travi, timpani, cilindri, torri, esedre, cupole.

Nel disegno inserì anche una pianta dell'edificio, come ausilio progettuale, ma che somiglia a un emblema, forse un'aquila? Sotto il disegno, sigla, data e un titolo in corsivo: Macchina modenese.

Credo che i tre........

© La Repubblica