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Le altre vite di Al, che all'alba era Alison

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26.07.2019

Un’alba di aprile che non brillò per nessuno. Solo per lei, April Dawn Alison.

Che poi neppure sappiamo se fosse l’alba, quando faceva quelle foto. Quasi sempre sono interni di casa, con la luce artificiale, le finestre chiuse perché nessuno spiasse dentro.

Per più di trent’anni, probabilmente ogni giorno, Alison si vestiva con minigonne, calze a rete, guepière, o banali abiti da casalinga, o da signora-bene, e si faceva autoritratti. Con la Polaroid.

Centinaia. Migliaia di autoritratti. Che non fece vedere a nessuno. Mai, fino alla sua morte, undici anni fa.

Perché tutti quelli che la conoscevano non l’avrebbero riconosciuta così.

Alison è stata una donna nascosta in un corpo di uomo. Come tanti transgender della sua epoca, non lo rivelò a nessuno.

Nella vita pubblica si chiamava Alan Schaefer, per gli amici Al, e fu per tutta la vita un apprezzato fotografo commerciale di Oakland, California.

Nato nel Bronx, ex fotografo militare, poi specializzato in foto pubblicitarie. Stimato dai clienti, amato dagli amici e dai parenti. A nessuno dei quali svelò mai la verità.

Dopo la sua morte, nel 2008, a 67 anni di età, il materiale dello studio fu venduto. Ma quando il curatore dell’eredità si imbatté in quelle quattordici scatole di cartone, e per dovere d’inventario le aprì e guardò cosa c’era dentro, restò interdetto.

Erano 9200 fotografie, tutti autoritratti di una sola persona. Quella persona non era Al. Era April Dawn Alison, “Alison alba d’aprile”, la sua seconda nascosta identità. La cui firma a matita rossa compariva su alcuni cartoncini, e qualche volta in un cartello fotografato assieme a lei.

Oltre novemila performance solitarie e segrete, una recita lunga decenni, un burlesque rutilante di costumi, una commedia con........

© La Repubblica