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L'italiano che (quasi) inventò la fotografia

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19.07.2019

Se l’ingegner Malacarne fosse stato un po’ più audace, oggi scatteremmo “papirografie”.

Bastava poco, un guizzo di fantasia, e la fotografia, l’invenzione che ha cambiato la storia, sarebbe nata italiana. Purtroppo quell’oscuro ingegnoso ingegnere della Serenissima non l’ebbe, e ne inventò solo metà.

Ma la scoperta è comunque sorprendente e clamorosa, e finalmente risarcisce il nostro paese da una vergogna storica, quella di non aver partecipato allo sforzo planetario che agli inizi dell’Ottocento coinvolse decine di scienziati, inventori, eruditi, artisti, annoiati aristocratici e incalliti praticoni nella ricerca di un modo di fabbricare immagini che facesse a meno dell’abilità della mano umana.

Nell’elenco ormai ufficiale dei pretendenti al primato, comunemente assegnato ai francesi Nièpce e Daguerre e all’inglese Talbot, figurano infatti sette francesi, sei inglesi, altrettanti tedeschi, un americano, uno spagnolo, uno svizzero e perfino un brasiliano. Nostrani, finora neanche uno.

Bene, finalmente possiamo aggiungere un nome italiano alla lista: Francesco Malacarne, figlio di proprietari terrieri di Riva del Garda, “ingegnere ordinario di prima classe” prima a Verona poi a Venezia. Che attorno al 1809-10 inventò un modo per riprodurre disegni e stampe su un supporto di carta, attraverso l’azione della luce su una emulsione fotosensibile.

Ci sono le prove: chiamata a riordinarne l’archivio Anna Bedon, docente di storia dell’architettura allo Iuav veneziano, ha scoperto fra le carte di Malacarne quegli appunti che parlano di “esperimenti papirografici” ottenuti attraverso “impressioni chimiche”.

Stampe “papirografiche” di Malacarne erano conosciute, sono conservate a Venezia, Verona e perfino a Parigi, ma finora sbrigativamente considerate varianti tecniche della litografia. L’accenno alla foto-chimica cambiava tutto.

Bedon chiamò subito in soccorso il sapere di........

© La Repubblica