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Marcello e le "esigenze" di Cosa Nostra

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24.09.2019

All'imputato Marcello Dell'Utri il P.M. contesta di avere concorso nel reato di minaccia, finalizzato a turbare l'attività del Governo della Repubblica, commesso dai vertici dell'associazione mafiosa "cosa nostra", e, in particolare, di avere posto in essere in relazione alle richieste di questi ultimi ''finalizzate ad ottenere benefici di varia natura (tra l'altro concernenti la legislazione penale e processuale in materia di contrasto alla criminalità organizzata, l'esito di importanti vicende processuali ed il trattamento penitenziario degli associati in stato di detenzione) per gli aderenti all'associazione mafiosa denominata "Cosa Nostra".
Ponendo l'ottenimento di detti benefici come condizione ineludibile per porre fine alla strategia di violento attacco frontale alle Istituzioni la cui esecuzione aveva avuto inizio con l'omicidio dell'On. Salvo LIMA ed era proseguita con le stragi palermitane del '92 e le stragi di Roma, Firenze e Milano del '93", le seguenti specifiche condotte:

-"inizialmente proponendosi ed attivandosi, in epoca immediatamente successiva all'omicidio LIMA ed in luogo di quest'ultimo, come interlocutore degli esponenti di vertice di "Cosa Nostra" per le questioni connesse all'ottenimento dei benefici sopra indicati";

-"successivamente rinnovando tale interlocuzione con i vertici di Cosa Nostra, in esito alle avvenute carcerazioni di CIANCIMINO Vito Calogero e di RIINA Salvatore, così agevolando il progredire della "trattativa" Stato-mafia sopra menzionata, e quindi rafforzando i responsabili mafiosi della trattativa nel loro proposito criminoso di rinnovare la minaccia di prosecuzione della strategia stragista";

-"agevolando materialmente la ricezione di tale minaccia presso alcuni destinatari della stessa ed in particolare, da ultimo, favorendone la ricezione da BERLUSCONI Silvio dopo il suo insediamento come Capo del Governo".

Nella Parte Quarta della sentenza sono state già esposte tutte le risultanze probatorie acquisite al fine di verificare, [...], se nel 1992 il predetto imputato abbia in qualche modo istigato, sollecitato, stimolato o assecondato le minacce che il vertice di "cosa nostra" ebbe già allora a rivolgere al Governo sotto forma di condizioni per la cessazione della strategia stragi sta, se, successivamente, il medesimo imputato abbia posto in essere condotte idonee a provocare o rafforzare nei responsabili mafiosi l'intento di rinnovare ancora la minaccia, se, poi, tale minaccia sia stata effettivamente formulata dai vertici mafiosi questa volta nei confronti del Governo Berlusconi e, infine, se Dell 'Utri abbia fatto da tramite per far giungere la rinnovata minaccia mafiosa sino al Presidente del Consiglio Berlusconi.
La prima parte della verifica ha avuto esito negativo,[...].
Soltanto nella seconda metà del 1993, invero, prima parallelamente al tentativo di dare luogo ad una propria formazione politica nella quale collocare direttamente soggetti che potessero rappresentare gli interessi di "cosa nostra", e, poi, invece in modo sempre più concentrato verso la sopravvenuta diversa finalità di sfruttare la nuova forza che si accingeva a debuttare nel panorama politico nazionale per iniziativa di Silvio Berlusconi, esponenti dell'organizzazione mafiosa siciliana, di diversa appartenenza e provenienza, ritennero utile servirsi anche di Marcello Dell'Utri per ottenere i benefici per gli associati che erano stati già oggetto dell'azione ricattatori a stimolata dalla sciagurata iniziativa dei Carabinieri del R.O.S. nel giugno del 1992 letta dai mafiosi come primo segnale di cedimento dello Stato dopo la strage di Capaci poi, ulteriormente confermato, nel successivo anno 1993, da altri segnali promananti dal settore carcerario in relazione all'applicazione del regime del 41 bis (dall'avvicendamento dei vertici del D.A.P. alla mancata proroga di molti provvedimenti di 41 bis).
In questa fase, con l'apertura alle esigenze dell'associazione mafiosa "cosa nostra" manifestata da Dell'Utri ancora nella sua funzione di intermediario con l'imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo "sceso in campo" in vista delle elezioni politiche che poi vi sarebbero state nel marzo 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria
iniziata da Riina nel 1992 e si pongono le premesse della rinnovazione della minaccia in danno del Governo, quando, dopo il maggio del 1994, questo sarebbe stato, appunto, presieduto dallo stesso Berlusconi (v. per la ricostruzione di tale premessa la Parte Quarta, Capitolo 4, paragrafi da 4.1 a 4.3.2).
Contrariamente a quanto fatto dalla difesa di Dell 'Utri con la sua minuziosa ricostruzione delle dichiarazioni di tutti i collaboranti in relazione, da un Iato, all'iniziativa di Giuseppe Graviano e, dall'altro, all'iniziativa di Bagarella e Brusca, non è questa, dunque, la fase in cui va ricercata la minaccia che può integrare la fattispecie criminosa oggetto della contestazione formulata in questo
processo a carico del medesimo Dell'Utri.
Ai fini della prova di tale minaccia più strettamente riconducibile al reato contestato a Dell'Utri rilevano, invece, gli incontri che con quest'ultimo, dopo l'insediamento del nuovo Governo presieduto da Berlusconi, Mangano ebbe ancora ad avere in almeno due occasioni (la prima tra giugno e luglio 1994 e la seconda nel dicembre 1994) per sollecitare l'adempimento degli........

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