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L'"informativa" della Dia che racconta tutto

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17.09.2019

Le valutazioni conclusive appena esposte nel Capitolo che precede si fondano in misura non secondaria su risultanze investigative in ordine alla convergenza di interessi ed azioni tra "cosa nostra" e 'ndrangheta ad iniziare dall'omicidio Scopelliti già sopra pure citato.
Ebbene, un importantissima conferma della comune strategia delle predette due organizzazioni mafiose e anche con altre organizzazioni altrettanto pericolose (la "camorra" napoletana) si trae da un documento prodotto dal P.M. All'udienza del 26 settembre 2013.
Si tratta dell'informativa della Direzione Investigativa Antimafia sottoscritta in data 4 marzo 1994 dal Capo Reparto Investigazioni Giudiziarie Dott. Pippo Micalizio.
Quest'ultimo è successivamente deceduto e, dunque, la nota è stata acquisita per la sua utilizzazione nel presente processo con ordinanza del 17 ottobre 2017.
Ebbene, in tale informativa v'è un'ampia ricostruzione delle indagini svolte sulle stragi degli anni 1992-1993 e sui collegamenti dell'organizzazione mafiosa "cosa nostra" con altre organizzazioni criminali, sia di stampo mafioso, sia di stampo terroristico.
Per la più completa cognizione di tale ricostruzione si rinvia alla informativa medesima, evidenziandosi qui di seguito soltanto alcuni passi che appaiono più rilevanti in relazione ai fatti oggetto del presente processo ed alle valutazioni conclusive del Capitolo che precede:
"L'ipotesi di lavoro formulata nel presente documento è intesa a promuovere e quindi sviluppare un'azione investigativa che possa consentire l'acquisizione di prove in ordine ad una connessione tra le stragi consumate a Palermo (Capaci e Via d'Amelio) nell'estate del 1992 e quelle commesse a Roma, Firenze e Milano nell'arco dell'anno successivo (Via Fauro - Via dei Georgofili – Via Palestro - Via del Velabro - Piazza San Giovanni), preordinate alla realizzazione di un unico disegno criminoso, che ha visto interagire criminalità organizzata di tipo mafioso, in primis la "cosa nostra" siciliana, con altri gruppi criminali che, sebbene allo stato non siano stati compiutamente individuati, possono però essere identificati pianificando un' adeguata strategia di indagine".
"Particolare interesse hanno destato i segnali provenienti dal mondo carcerano riguardo ad una crescente insofferenza da parte di mafiosi sottoposti allo speciale regime detentivo introdotto dall'art.41-bis L.354/ 75, regime reso ancor più insopportabile dalla consapevolezza dei mafiosi di non poter più confidare nella ormai consolidata prassi dell' "aggiustamento" dei processi''.
"La determinazione di "cosa nostra" ad effettuare attentati come reazione al 41bis e, più in generale, come mezzo per "dare una lezione ai politici" è emersa anche dalle dichiarazioni del collaboratore La Barbera Gioacchino ... ... ... in quanto avevano il solo scopo di dimostrare lo capacità della mafia di colpire dovunque e - si ritiene - di costringere lo Stato a patteggiare con "cosa nostra", inducendolo a rivedere la recente normativa carceraria, così da rendere lo stato di detenzione di cui all'art. 41bis meno gravoso".
"Parallelamente al consolidarsi del quadro indiziario circa una matrice mafiosa negli attentati di Roma, Firenze e Milano, è andato rafforzandosi negli investigatori la sensazione che il nuovo indirizzo stragistico inaugurato dalla mafia perseguisse in realtà obiettivi che andavano al di là degli interessi esclusivi di "cosa nostra" o, per lo meno, tendesse al conseguimento di obiettivi comuni o convergenti con gruppi criminali di diversa estrazione con cui esistono rapporti stabili o che in passato avevano convissuto con la mafia. Si è osservato così come l'atipicità, sotto taluni aspetti, degli attentati in questione rispetto a quelli tradizionali di "cosa nostra" (primo fra tutti la scelta degli obiettivi), potesse risultare funzionale non solo alle finalità "terroristiche" della mafia, ma anche agli scopi di entità criminali diverse che avessero operato in sintonia con quest'ultima nel perseguimento di obiettivi comuni o convergenti, gruppi criminali che fossero in grado di elaborare i sofisticati progetti necessari al conseguimento di finalità di più ampia portata. Tali eventi non sono apparsi, quindi, come consueti attentati di mafia, seppure gravissimi, bensì come atti di vera e propria politica mafiosa, la cui riconducibilità alla mafia, intesa come organizzazione criminale chiamata "cosa nostra", doveva procedere in modo graduale, attraverso una serie di stadi intermedi che rappresentavano altrettanti momenti di convergenza operativa o ideativa.
In chiave interpretativa sono state così considerate, a tale riguardo, le analogie col "modus operandi" difatti eversivi degli anni 70" e sono state richiamate alla memoria le risultanze processuali relative alla strage sul treno 904 che hanno messo in luce connivenze tra ambienti mafiosi, ambienti della destra eversiva e dell'alta finanza collegata alla massoneria. Sono state attentamente rilette le dichiarazioni rese da diversi collaboratori di giustizia sui rapporti instauratisi
sin dagli anni 70 tra i vertici di "cosa nostra" e logge massoniche siciliane, quelle sull'appoggio richiesto in quegli anni alle organizzazioni maliose da Junio Valerio Borghese e quelle relative ai progetti di tipo eversivo-separatista delineatisi nello sfondo dell'intesa intercorsa tra la 'Ndrangheta calabrese e "cosa nostra" siciliana, a seguito della quale la mafia calabrese ha assunto una nuova struttura verticistica propria del modello siciliano.
A rievocare e vivificare un siffatto scenario hanno contribuito, peraltro, alcune recenti circostanze e talune vicende, tuttora al vaglio delle competenti AA.GG., apparentemente scollegate, ma che, sottoposte ad attenta analisi, lasciano intravedere aspetti comuni di estremo interesse ai fini investigativi. In particolare, ha destato l'attenzione degli investigatori la circostanza che Rampulla Pietro, esponente della "famiglia" catanese Santapaola, indicato dall'A.G. di Caltanissetta come l'artificiere della strage di Capaci, sia appartenuto ad ORDINE NUOVO, in contatto con l'ordinovista Cattafi Rosario, indagato dall'A.G. di Messina per traffico internazionale di armi e tratto in arresto in quanto inquisito dalla DDA di Firenze per rapporti con "cosa nostra" nell'ambito della nota indagine sull'autoparco di Milano.
Del tutto enigmatica è apparsa poi la figura di Papalia Domenico, per le inquietanti circostanze che lo legano al mafioso Gioè Antonino, morto suicida in carcere, e a quanto pare all'omicidio del giudice Occorsio ad opera della destra eversiva. Infatti il Gioé, senza apparente motivo, ha citato il Papalia nella lettera scritta prima di suicidarsi. Peraltro, nella medesima lettera il Gioè, per motivi altrettanto poco chiari, ha inteso menzionare tale Bellini, che dovrebbe identificarsi in Bellini Paolo, ambiguo personaggio legato ad ambienti dell'estrema destra eversiva, sul conto del quale sono in corso accertamenti.
IL QUADRO GENERALE
Nel periodo compreso tra i mesi di maggio e luglio '93 si è verificata una serie di attentati stragisti in Roma, Firenze e Milano. Si è trattato di eventi non nuovi per l'ltalia ove più volte la criminalità organizzata di stampo mafioso e quella eversiva hanno realizzato attentati mediante l'impiego di esplosivi, causando spesso un elevato numero di vittime. Tali attentati si sono sempre verificati in
concomitanza di particolari momenti della vita nazionale, coincidenti con una maggiore pressione dello Stato contro la criminalità organizzata a seguito di episodi e situazioni di particolare gravita. La matrice delle stragi non è stata a tutt'oggi ancora esattamente individuata, mentre le molteplici inchieste giudiziarie in corso hanno lasciato intravedere la presenza di interessi ascrivibili a settori differenziati, non esclusi quelli di categorie interessate, attraverso la realizzazione di una "strategia del terrore", a sollecitare una solidarietà nazionale diretta a mantenere un determinato status quo, oppure, coscienti della inarrestabilità del processo di trasformazione, ad accelerarlo guidandolo verso precisi orientamenti politici, sociali ed economici. Gli ultimi episodi in ordine di tempo erano avvenuti a Palermo con le stragi di Capaci e di via d'Amelio, in cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino. Da allora anche in Sicilia vi è stato un periodo di relativa tranquillità - interrotto
dall'omicidio di Salvo Ignazio (sett. 1992) - coincidente con il massiccio impiego di Forze dell'Ordine e dell'Esercito nelle regioni ad alta densità mafiosa, con la cattura di Salvatore Riina ed altri rilevanti successi di polizia giudiziaria. Sin dall'omicidio del giudice Falcone la D.I.A. aveva individuato l'inizio di una strategia di attacco frontale allo Stato che, già con la successiva strage di via d'Amelio, aveva tradito connotazioni che lasciavano intravedere la volontà di perseguire anche scopi diversi da quelli propri dell'organizzazione siciliana. A seguito degli attentati di via Fauro in Roma, di via dei Georgofili a Firenze e del fallito attentato in via dei Sabini a Roma l'11 giugno 1993, il Direttore della D.I.A. ebbe ad rappresentare innanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia il convincimento che i primi due episodi fossero lo sviluppo della strategia intrapresa da "cosa nostra", mentre, per il terzo, valutazioni tecniche consigliavano di rinviare prudentemente ogni giudizio. In seguito ai successivi attentati del 27 e 28 luglio verificatisi in via Palestro a Milano, a San Giovanni in Laterano ed in via del Velabro a Roma, la D.f.A., in una analisi inoltrata ad altre Autorità istituzionali, giungeva alla conclusione che fosse in pieno sviluppo un progetto ordito da "cosa nostra" e da altre forze criminali, ancora non chiaramente individuate, tendente a soddisfare interessi convergenti.
ANALISI DELLE MODALITÀ' DI ESECUZIONE DEGLI ATTENTATI
L'esame dei delitti nella loro dinamica esecutiva evidenzia l'esistenza di un legame progettuale e analogie nel modus operandi. Il costante utilizzo di autobombe, l'impiego di rilevanti quantità di esplosivi dello stesso tipo, l'individuazione di luoghi ed orari tali da procurare il massimo della risonanza senza provocare, almeno nelle intenzioni, necessariamente vittime, così da diffondere terrore generalizzato, l'assenza di rivendicazioni credibili, sono tutti elementi certi di analogia tra i fatti in esame, mentre le modalità di esecuzione ed il numero degli stessi, la loro distribuzione sul territorio forniscono il quadro della forza di chi........

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