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L'infinita latitanza di Bernardo Provenzano

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19.09.2019

Nell'ambito della ricostruzione delle vicende nelle quali risulta racchiusa la minaccia rivolta da "cosa nostra" al Governo della Repubblica, sono stati sinora esaminati anche due profili delle condotte concorsuali, addebitate dalla Pubblica Accusa ai soggetti esterni alla predetta organizzazione mafiosa "che, per un verso, agevolavano la ricezione presso i destinatari ultimi della minaccia di prosecuzione della strategia stragista e, per altro verso, rafforzavano i responsabili mafiosi nel loro proposito criminoso di rinnovare la predetta minaccia" (v. capo di imputazione di cui alla lettera A della rubrica).
I detti due profili sono quello degli iniziali contatti con "uomini collegati a cosa nostra" (tra i quali Vito Ciancimino "nella sua veste di tramite con uomini di vertice della predetta organizzazione mafiosa ed ambasciatore delle loro richieste") e della iniziale sollecitazione di "eventuali richieste di Cosa Nostra per far cessare la strategia omicidiaria e stragista"; e quello della successiva azione diretta a favorire "lo sviluppo di una trattativa fra lo Stato e la mafia, attraverso reciproche parziali rinunce in relazione, da una parte, alla prosecuzione della strategia stragista e, dall'altra, all'esercizio dei poteri repressivi dello Stato" (v. ancora capo di imputazione di cui alla lettera A della rubrica).
Ma v'è anche un terzo profilo della contestazione di reato formulata a carico dei medesimi soggetti esterni a "cosa nostra", quello, invece, connesso al "protrarsi dello stato di latitanza di Provenzano Bernardo, principale referente mafioso di tale trattativa" (v. capo imputazione citato).
Orbene, tale terzo profilo della contestazione di reato si fonda, da un lato, sulla ricostruzione delle vicende relative ai contatti tra Mori, De Donno e Vito Ciancimino nella seconda metà dell'anno 1992 che è stata operata da Massimo Ciancimino e che, pertanto, per quanto detto (v. Parte Seconda della presente sentenza), deve essere totalmente disattesa, essendo frutto delle fantasiose "sovrastrutture" artatamente create da quel dichiarante sul (limitato) nucleo dei fatti veri dallo stesso effettivamente conosciuti; e, dall'altro, sostanzialmente e pressoché interamente, si fonda su un episodio di favoreggiamento che è stato oggetto di un separato processo definito con sentenza irrevocabile e che è temporalmente successivo anche alla seconda parte della condotta di minaccia,
quella nel confronti del Governo Berlusconi, che sarà esaminata successivamente nella Parte Quarta della presente sentenza.
Esclusa, dunque, la necessità di qualsiasi ulteriore considerazione per la parte concernente le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, occorre, allora, concentrarsi sull'episodio che ha dato luogo al diverso processo per favoreggiamento della latitanza di Bernardo Provenzano, quello verificatosi in Mezzojuso in data 31 ottobre 1995 e sviluppatosi nei giorni immediatamente successivi, e, più in generale, sulla vicenda della collaborazione della fonte confidenziale denominata "Oriente", successivamente identificata in Luigi Ilardo, con il Ten. Col. Riccio, che è stata oggetto di una non piccola parte dell'istruzione dibattimentale svolta su sollecitazione dell'Accusa.
[...]
All'udienza del 14 gennaio 2016 veniva esaminato il teste Giuseppe Pignatone, il quale, in sintesi, quanto al tema oggetto del presente Capitolo, riferiva:
- di avere svolte le funzioni di sostituto procuratore presso la Procura di Palermo dal 1977 sino al 19 marzo 1996 [...], occupandosi, in particolare, negli anni dal 1994 al 1996 soprattutto del territorio di San Giuseppe Jato e delle indagini per le ricerche di Brusca e Bagarella [...];
- che nel mese di ottobre 1994 gli fu affidata l'indagine relativa a notizie raccolte dal Col. Riccio da una fonte confidenziale […] che avevano già consentito di arrestare alcuni latitanti e che avrebbero potuto condurre alla cattura di Provenzano ("Questa indagine aveva credo portato alla cattura dei latitanti, consegnarono una informativa di cui onestamente non ho alcun ricordo ormai, e c'erano state anche delle intercettazioni. A questo punto l'attività del Colonnello Riccio, basata su questa fonte di cui non fu detto il nome, né allora, né dopo, era mirata altra cattura di Provenzano");
- che il procedimento affidatogli nasceva sostanzialmente da atti trasmessi a Palermo dalla Procura di Genova [...];
- che il procedimento venne iscritto il 15 ottobre 1994 a seguito della riapertura delle indagini nei confronti di Simone Castello ed altri [...] ed in esso confluirono una informativa del 15 aprile 1994 di cui egli non aveva avuto alcuna cognizione e una informativa del 30 settembre 1994 trasmessa da Genova nelle quali si faceva riferimento al latitante Provenzano[...];
- che all'epoca la delega per le indagini relative alle ricerche di Provenzano era affidata ai sostituti Natoli e Scarpinato ("Erano i colleghi Natoli e Scmpinato") i quali continuavano tutte le indagini diverse da quelle scaturenti dalle informative di Riccio [...];
- che il Procuratore Caselli gli disse di riferire soltanto a lui di quell'indagine e, inusualmente, di non parlarne con altri colleghi [...];
- che la Procura di Genova aveva già svolto alcune indagini e, in particolare, alcune attività di intercettazione di utenze riferibili a Scaduto Giovanni […] e una intercettazione ambientale sull'autovettura di Castello Simone [...];
- che la DIA manifestava grande ottimismo sulla possibile cattura di Provenzano [...] anche tenuto conto della cattura di altri importanti latitanti già operata grazie alle informazioni della fonte confidenziale di Riccio [...] la cui identità non gli venne mai rivelata sino a quando
IIardo venne ucciso[...];
- che non furono disposte attività classiche di indagine, ma periodicamente Riccio gli riferiva le informazioni acquisite dalla fonte riguardo a Provenzano [...];
[...]
- che il Col. Riccio gli mostrò anche una o due lettere attribuite a Provenzano consegnategli dalla fonte[...];
- che Riccio gli disse in primo momento che la fonte non era disponibile a farsi arrestare insieme a Provenzano nel caso lo avesse incontrato, ma, in un secondo momento, invece, gli comunicò che la fonte aveva dato la disponibilità anche a tale evenienza […] e ciò nel periodo in cui Riccio lavorava
ancora alla DIA [...] ed operava ancora con grande autonomia, cosa che, invece, non poté più fare dopo essere passato al ROS [...];
- che, comunque, aveva incontrato Riccio anche dopo il rientro di questi al ROS anche se a quel punto l'indagine appariva sempre meno produttiva [...];
- che il Dott. Pappalardo gli fece cenno all'indagine che a Genova vedeva coinvolto Riccio e che questo era il motivo per il quale era stato deciso il rientro nell'Arma [...];
[...]
- di non avere mai parlato di quell'indagine successivamente con il Col. Mori, ma soltanto con Riccio e Obinu che talvolta lo accompagnava ("lo sono pressoché certo con Mori di questa indagine non ne ho mai parlato, sono invece certo di averne parlato, continuato a parlare con Riccio e di averne parlato in più occasioni con Obinu, che non so bene quale ruolo ricoprisse in quel
momento, ma con Obinu. Mori, fermo restando sempre il discorso di venti anni, mi pare proprio di no ... ... ... Per quello che ricordo io, non ci sono ... Obinu veniva con Riccio");
- che nel 2002 o 2003, leggendone sui giornali, aveva sentito parlare per la prima volta della riunione di Mezzojuso cui aveva partecipato Provenzano, stupendosi perché Riccio non gliene aveva parlato [...];
- che allora aveva fatto una relazione al Procuratore della Repubblica allegandovi un appunto rinvenuto nella memoria del suo computer relativo ad un incontro con Riccio avvenuto il l novembre 1995 e nel quale non vi era alcun riferimento all'incontro della fonte con Provenzano [...];
[...]
- che l'annotazione nell'appunto di........

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