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L'"accelerazione" per la seconda strage

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22.08.2019

Come si è già visto sopra a proposito dell'origine della strategia mafiosa scaturita dal volere, soprattutto, di Salvatore Riina tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992, non v'è alcun dubbio che, sin dall'inizio, nel programma "a grandi linee" delineato e ratificato dai vertici di "cosa nostra" vi fosse anche l'omicidio del Dott. Borsellino in quanto simbolo, insieme al Dott. Falcone, della nuova stagione, iniziata nei primi anni ottanta, di incessante contrasto al fenomeno mafioso e di rifiuto di qualsiasi indulgenza anche verso quei settori della società e del mondo politico e imprenditoriale che ne avevano consentito, in qualche modo, lo sviluppo, sino a permeare pericolosamente molte, se non tutte, le attività pubbliche e private spesso anche oltre gli stretti ambiti territoriali siciliani.
Tuttavia, l'omicidio del Dott. Borsellino, a soli cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, nel momento di maggiore indignazione della società civile verso il fenomeno mafioso e di conseguente reazione dello Stato anche sul fronte legislativo estrinsecatasi con il D.L. dell'8 giugno 1992 n. 306 che introduceva, sì, tra l'altro, il regime del 41 bis, ma che era stato seguito dal
plateale dissenso di ampi settori del Parlamento e di giuristi che prospettavano un inammissibile superamento dei limiti delle garanzie che, comunque, uno stato di diritto democratico deve assicurare, è apparso, sia dai primi momenti, ai più, come del tutto controproducente per gli interessi dell'organizzazione mafiosa, se non altro, perché, come di fatto poi è avvenuto, anche da parte di coloro che agivano in perfetta buona fede e per profonde convinzioni ideali, non sarebbe
stato possibile opporre alcuna resistenza a coloro che propugnavano la necessità di un definitivo "giro di vite" nella più dura repressione del fenomeno mafioso.
Ed infatti, unanimemente, tutti i testi "politici" esaminati in questo dibattimento, non hanno mostrato alcun dubbio nel ritenere e riferire che la strage di via D'Amelio e le conseguenti reazioni della società civile, furono determinanti per stroncare i dissensi da tanti manifestati (in buona o in cattiva fede) e per giungere alla conversione in legge, senza che ne fosse snaturato l'intento
fortemente repressivo del fenomeno mafioso, del decreto legge prima ricordato, col quale si ponevano le basi per l'applicazione ai mafiosi, per la prima volta, di un regime detentivo particolarmente duro e tale da impedire loro quei collegamenti con i sodali liberi che, sino ad allora, erano stati uno dei punti di forza del perpetuarsi del potere mafioso nonostante gli arresti delle sue leve di comando ed i duri colpi inferti con il maxi processo (senza dimenticare, poi, altre misure non meno importanti ai fini del contrasto alle mafie pure contenute in quel decreto legge).
Ed in effetti, può ritenersi certamente provato, all'esito dell'istruttoria dibattimentale compiuta, che il generico e generale progetto di uccidere il Dott. Borsellino (nell'ambito di quel programma che riguardava molti altri soggetti e che, però, per le più svariate ragioni, non per tutti è stato, poi, attuato) ha subito una improvvisa accelerazione ed esecuzione, ancora una volta per volere di
Salvatore Riina, proprio nei giorni immediatamente precedenti quello in cui, poi,
avvenne la strage di via D'Amelio.
Un primo significativo elemento di prova si trae dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca.
Quest'ultimo, invero, pur affermando espressamente di non essere a conoscenza di una eventuale accelerazione del progetto omicidiario in danno del Dott. Borsellino (''No, io non ho mai saputo di accelerazioni su questo fatto"), ha, tuttavia, riferito che, dopo la strage di Capaci, lo stesso Riina gli aveva dato incarico di organizzare........

© La Repubblica