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I due "partiti" mafiosi dopo le stragi

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06.09.2019

Si è già visto che Salvatore Riina fu, di fatto, il vero artefice di tutte le decisioni strategiche assunte da "cosa nostra" riguardo alle risposte ed alle reazioni da opporre al grave colpo subito dalle cosche mafiose per effetto delle condanne inflitte all'esito del "maxi processo" (v. sopra Capitolo 2 di questa Terza Parte della sentenza).
Certo, tutte le decisioni, come pure si è visto sopra, venivano comunicate nelle riunioni degli organi di vertice dell'associazione mafiosa e, quindi, da questi ratificate e fatte proprie, ma spesso nel silenzio dei presenti che non avevano il coraggio - né la forza - di opporsi al volere di colui che, dopo la seconda guerra di mafia dei primi anni ottanta, aveva, di fatto, assunto, inizialmente con il suo alter ego corleonese Bernardo Provenzano e poi progressivamente in modo sempre più autonomo ed egemonico, l'effettiva direzione dell'associazione mafiosa (si vedano, in proposito, anche le intercettazioni dei colloqui in carcere di Salvatore Riina di cui si dirà approfonditamente nella Parte Quinta della sentenza, Capitolo 1).
Al volere del Riina, dunque, soprattutto, devono essere ricondotti sia la contrapposizione stragista allo Stato, sia, dopo la strage di Capaci, l'almeno apparente disponibilità al dialogo finalizzata ad ottenere benefici per gli associati mafiosi, accompagnata, però, pur sempre da ulteriori manifestazioni di forza che potessero indurre lo Stato a cedere alle sue richieste.
In tale ottica, e anche di ciò si è detto sopra nel Capitolo 4 di questa Terza Parte della sentenza, si inquadra la strage di via D'Amelio, ma non solo.
Pur "accettando la trattativa" (v. sopra Capitoli 5-9), infatti, Riina, per evitare che la stessa si arenasse, continua nella sua strategia di attacco allo Stato, cui vanno ricondotti, oltre che la strage di via D'Amelio di cui si è detto, anche il tentato omicidio del Commissario Calogero Germanà nel luglio 1992 [...] e l'uccisione di Ignazio Salvo nel settembre 1992 (v. sentenze in atti), oltre che alcuni progetti omicidiari dell'autunno 1992 per varie evenienze fortunatamente non portati a termine (tra questi soprattutto quelli ai danni del Dott. Pietro Grasso e, dopo la sospensione del primo progetto del luglio 1992, ancora dell'On. Calogero Mannino di cui hanno riferito, anche in
questo dibattimento, alcuni di coloro che ne furono incaricati, successivamente divenuti collaboratori di Giustizia [...]).
La spirale senza prevedibile fine della violenta reazione voluta da Salvatore Riina, unitamente alla conseguenze negative che in quel momento si erano manifestate soprattutto con l'irrigidimento delle condizioni carcerarie dei detenuti di "cosa nostra" (tale questione sarà oggetto di successivo specifico esame in successivi Capitoli), aveva determinato in una parte di "cosa nostra"
malcontento e disapprovazione per quella strategia, che, tuttavia, non aveva trovato alcuno sbocco in aperte manifestazioni di dissenso sino all'arresto di Riina per timore delle usuali violente reazioni che questi, come da molti riferito anche in questo dibattimento, non disdegnava certo di adottare, non soltanto nei confronti di coloro che gli erano "nemici", ma persino nei confronti di coloro
che pure gli manifestavano amicizia se solo avessero osato dissentire dal suo volere.
Soltanto dopo l'arresto di Riina, dunque, v'è un chiaro ed aperto confronto tra due opposte fazioni interne a "cosa nostra" per decidere quale strategia portare avanti e cioè se proseguire nell 'attacco frontale allo Stato sino a che questo, piegandosi, non avesse accolto le condizioni poste da Riina (v. sopra Capitolo 12) così ribadendo la supremazia di "cosa nostra", ovvero adottare la diversa
strategia della "sommersione", in attesa che la reazione dello Stato si attenuasse, di modo da riprendere le "ordinarie" attività e la convivenza (rectius, connivenza) che avrebbero consentito il più tranquillo protrarsi degli affari illeciti propri dell'associazione mafiosa (traffico di stupefacenti, estorsioni, accaparramento di lavori e fondi pubblici e così via).
Nel dibattimento sono state acquisite, in proposito, molteplici e concordi fonti di prova di cui si dirà qui di seguito [...].
[…] Tra le dette fonti di prova acquisite nel corso del dibattimento si vuole qui iniziare proprio dalle dichiarazioni rese da Giovanni Brusca, perché queste, come già sopra accennato, grazie ad un inatteso, imprevedibile e straordinario riscontro per bocca direttamente di Salvatore Riina, assurgono già da sole a piena prova dei fatti oggetto del presente Capitolo.
Ma è bene muovere da ciò che Brusca ha raccontato riguardo alle dinamiche interne a "cosa nostra" successive all'arresto di Salvatore Riina.
Ebbene, nel corso del suo esame nelle udienze dell'11 e 12 dicembre 2013 Brusca, in sintesi, ha riferito:
- che dopo il suo arresto, Riina gli fece comunicare, per il tramite del figlio Giovanni, la volontà di proseguire nella strategia stragista ("...l'unico messaggio da parte di Totò Riina, con il figlio Giovanni, di continuare nelle stragi, no gli attentati, Magistrati e politici locali'');
- che, però, già poco dopo l'arresto di Riina, v'era stata una prima riunione di esponenti dell'associazione mafiosa per decidere il da farsi ed in tale occasione Raffaele Ganci aveva mosso critiche all'operato del Riina medesimo e successivamente aveva riferito a Giuseppe Graviano che anche Brusca, che, invece, era rimasto semplicemente silente, condivideva tali critiche ("Allora, nell'immediato, come avevo accennato stamattina, la prima riunione che io faccio la faccio con Raffaele Ganci, Biondino, Biondo Salvatore "il Corto'', Cancemi Salvatore e Angelo La Barbera che io non avevo mai visto nelle fasi esecutive, attenzione, quando si stabiliva il da farsi. Quindi io in quella fase mi limito solo ad ascoltare e il primo che rinnega l'operato di Totò Riina e lo critica in maniera molto... non dice parole, però che non condivideva la sostanza,........

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