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Brillanti negli studi, penalizzate nel lavoro: perché le donne laureate guadagnano (ancora) meno degli uomini

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Ha preso 104 su 110, si è laureata in corso e ha costruito un curriculum più ricco del suo collega. Lui, pur con un percorso accademico mediamente meno brillante, oggi guadagna circa 300 euro in più al mese.

Non è un’eccezione. È la fotografia statistica di un’intera generazione. Le donne sono quasi il 60% dei laureati italiani, ottengono risultati universitari migliori e accumulano più esperienze formative. Eppure, quando il merito accademico si traduce in stipendio, il vantaggio si rovescia.

È il quadro che emerge dal Rapporto di Genere 2026 di AlmaLaurea, che analizza le differenze tra laureate e laureati lungo l’intero percorso che va dalle scelte formative agli esiti occupazionali nel medio periodo. La chiave interpretativa è esplicita: «le differenze di genere appaiono il risultato di processi cumulativi, in cui fattori individuali, sociali e strutturali interagiscono negli anni».

Il divario, insomma, non nasce al momento dell’assunzione. Si costruisce prima.

La leadership femminile negli studi

Nel 2024 le donne rappresentano il 59,9% dei laureati. Si laureano più spesso nei tempi previsti (60,9% contro il 55,4% degli uomini) e con un voto medio più alto (104,5 contro 102,6 su 110). Durante gli studi svolgono più frequentemente tirocini curriculari, esperienza chiave per l’ingresso nel mercato del lavoro: 64,7% contro 55,3%.

Le donne sono sempre più presenti in università e ospedali, ma ai vertici le presenze si assottigliano. Non è solo una questione di numeri: è talento che le istituzioni rischiano di disperdere

Le performance universitarie femminili risultano quindi, nel complesso, più brillanti. Ma questo vantaggio non si traduce automaticamente in una maggiore valorizzazione professionale.

Dal titolo di studio alla busta paga

A cinque anni dalla laurea magistrale, il tasso di occupazione femminile raggiunge l’88,2%, contro il 91,9% degli uomini. Il differenziale è contenuto. Lo scarto si amplia però sul piano retributivo: 1.722 euro netti al mese per le donne, 2.012 per gli uomini. Circa il 15% in più.

Il divario riguarda anche la qualità dell’occupazione. Gli uomini accedono più frequentemente a contratti a tempo indeterminato (57,8% contro 52,1%) e svolgono in misura leggermente maggiore attività in proprio. Le donne risultano invece più presenti nei contratti a termine e nel settore pubblico.

La genitorialità accentua ulteriormente le distanze. AlmaLaurea evidenzia che «in caso di prole, aumenta notevolmente il divario di genere in termini di tasso di occupazione che vede le donne più penalizzate». Il mercato del lavoro continua a reagire in modo asimmetrico ai carichi familiari.

Brillanti negli studi, penalizzate nel lavoro

Dati AlmaLaurea – Rapporto di Genere 2026 (sintesi)

1) All’università vincono le donne

Tirocinio curriculare

Performance universitarie femminili mediamente migliori.

2) Cinque anni dopo il vantaggio si rovescia

Retribuzione netta mensile (magistrale, 5 anni)

Tasso di occupazione (magistrale, 5 anni)

3) Stabilità e contratti

In presenza di figli, il divario di genere in termini di occupazione aumenta, penalizzando soprattutto le donne.

Nel report il tema è indicato come uno dei fattori che ampliano le differenze.

Presenza femminile STEM

Donne nei dottorati STEM

Retribuzione STEM (magistrale, 5 anni)

6) Focus Nord: mobilità e competitività

Diploma al Nord: chi resta al Nord

Diplomati del Sud: quota che migra per studio

Lavora all’estero (STEM)

Nel Nordest, dove le competenze tecnico-scientifiche sono strategiche, il divario di genere è anche una variabile competitiva.

Fonte: AlmaLaurea, Rapporto di Genere 2026 (sintesi). Percentuali e valori come da documento.

La continuità familiare negli studi

Un altro elemento riguarda la continuità familiare nei percorsi universitari. Tra i laureati, gli uomini provengono più spesso da famiglie già laureate: il 36% ha almeno un genitore con lo stesso titolo, contro il 29,7% delle donne.

Questo significa che, tra chi arriva alla laurea, la componente maschile beneficia più frequentemente di un contesto familiare che conosce già l’università, le sue regole e le sue opportunità. Per molte donne, invece, il percorso accademico rappresenta più spesso un passaggio meno “ereditato” e più costruito in autonomia.

La differenza si accentua nei corsi magistrali a ciclo unico, quelli che conducono alle professioni più strutturate. Qui il 45,2% degli uomini segue le orme accademiche dei genitori, contro il 33,2% delle donne. Come sottolinea il Rapporto, «è più probabile ereditare il titolo di studio dal padre rispetto a quello della madre», e questa propensione è «nettamente più accentuata tra gli uomini».

Non è un dettaglio simbolico. La trasmissione del capitale culturale incide sull’orientamento, sulle scelte formative e, nel tempo, sulle traiettorie professionali.

Segregazione formativa: il nodo STEM

Le differenze emergono anche nelle scelte disciplinari. Nei percorsi STEM — scienza, tecnologia, ingegneria e matematica — le donne sono il 41,1%, una quota sostanzialmente invariata nel tempo. Nei dottorati STEM la presenza femminile scende al 36,7%.

Il Rapporto parla di «persistente segregazione di genere nei percorsi STEM» e chiarisce che «le scelte universitarie rappresentano non l’origine, ma l’esito di disuguaglianze che si costruiscono nel tempo». Eppure proprio le discipline tecnico-scientifiche offrono le migliori performance occupazionali.

Tra i laureati STEM di secondo livello a cinque anni dal titolo, il tasso di occupazione supera il 91%. Ma anche qui il differenziale retributivo resta: 1.842 euro netti per le donne contro 2.125 per gli uomini, con uno scarto del 15,4%.

Negli ultimi anni sono cresciute le aspettative salariali femminili, ma la distanza tra attese e realizzazioni resta evidente.

Mobilità e competitività: il caso Nordest

La lettura territoriale aggiunge un ulteriore livello di analisi. Il Nord continua a essere il principale attrattore di capitale umano: chi consegue il diploma al Nord rimane nella stessa area nell’88,2% dei casi. Il Mezzogiorno registra invece un saldo migratorio negativo: quasi un laureato su quattro formato al Sud si sposta per studio o lavoro, prevalentemente verso il Nord.

Per il Nordest — sistema produttivo fondato su manifattura avanzata, innovazione diffusa ed export — questo significa poter contare su un afflusso costante di competenze. Ma significa anche dipendere strutturalmente dalla mobilità interregionale per sostenere il proprio fabbisogno, soprattutto nei settori STEM.

In questi ambiti, centrali per la competitività territoriale, la presenza femminile resta limitata. Anche la mobilità internazionale non è neutra: tra i laureati STEM lavora all’estero il 7,6%, con una maggiore propensione maschile. Le donne, una volta inserite nel mercato italiano, tendono più spesso a stabilizzarsi.

Il divario di genere, in un territorio ad alta intensità tecnologica come il Nordest, non è solo una questione di equità. È anche una variabile economica.

Un meccanismo cumulativo

Il Rapporto è chiaro: «le differenze di genere continuano a emergere in modo sistematico nelle scelte formative, negli esiti occupazionali e nelle condizioni di lavoro». Non è un problema di rendimento individuale. Le donne partono con performance universitarie migliori. Il divario si produce dopo, ma affonda le radici prima.

Origine sociale, modelli culturali, segregazione disciplinare, organizzazione del lavoro e distribuzione dei carichi familiari si intrecciano lungo l’intero percorso.

Il nodo non è quante donne arrivano alla laurea. È cosa accade dopo — e perché.


© La Nuova di Venezia