Barbero e San Francesco: “Era un rivoluzionario. Ma non in senso moderno”

Lo storico Alessandro Barbero, 66 anni

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Pisa, 4 marzo 2026 – Dalla contrapposizione fra “l’uomo storico e il personaggio immaginario” ne scaturisce “una figura grandiosa”. Alessandro Barbero racconta Francesco d’Assisi: l’appuntamento è per questa sera alle 18, al Teatro Verdi di Pisa (già sold out). La lectio magistralis “Le molte facce di San Francesco” si inserisce all’interno della rassegna “San Francesco 1226–2026. Spiritualità, Dialogo e Fratellanza nel mondo globale”, promossa dall’Università di Pisa e dal Centro per l’Innovazione e la Diffusione della Cultura (CIDIC). Un percorso di approfondimento che vede “Qn - La Nazione” media partner.

Professor Barbero, lei ci presenta un Francesco inedito: più umano e meno icona.

“Frutto delle fonti. Nel caso di Francesco abbiamo le testimonianze dirette di chi lo ha conosciuto, oltre a qualche suo scritto. Poi ci sono le memorie dei contemporanei e infine la “Legenda maior” di Bonaventura, che per secoli è stata la fonte dominante. Bonaventura però non aveva mai conosciuto Francesco: vive una generazione dopo. Ha sul tavolo gli stessi testi che ho usato io, ma li utilizza per costruire un ritratto ideale: sceglie episodi e censura altri. Io, invece, mi sono interessato a tutto ciò che i testimoni ricordavano o credevano di ricordare”.

Ne esce un profilo più complesso?

“Francesco sapeva di essere “santo“ ma era un uomo: aveva dubbi, talvolta perdeva la pazienza. Si trova a capo di una multinazionale e spesso si interroga sulle proprie scelte. Bonaventura, invece, tende a negarne l’umanità: lo presenta come un altro Cristo. Questo dava enorme gloria all’ordine, ma lo rendeva inimitabile”.

In un certo qual modo Bonaventura lo disinnesca?

“Il messaggio che deve passare è questo: “Francesco è perfetto. Noi non possiamo esserlo”. “Francesco è povertà assoluta e penitenza, noi siamo uomini, non possiamo imitarlo””.

Accanto a lui emerge la figura di Chiara: donna ribelle che sceglie il proprio destino. Anche Chiara va oltre il proprio tempo?

“È una donna di grande energia, sa cosa vuole e lotta per ottenerlo. Però ciò che sceglie è la rinuncia totale al mondo, alla famiglia, alla maternità, per vivere in povertà e ascesi. Non è il modello femminile che immaginiamo oggi. La radicalità di Chiara è la povertà assoluta. E questo mette in difficoltà la Chiesa”.

Francesco non è solo storia ma anche devozione. Come scindere?

“Esistono diverse versioni di Francesco: l’uomo storico e il personaggio dell’immaginario. Quest’ultimo suscita emozioni indipendenti dai fatti”.

Ma questo comporta che spesso venga “tirato per la giacca” a sproposito?

“Nel Novecento poteva sembrare un precursore dell’ambientalismo o del pacifismo. Nel Seicento ai grandi pittori spagnoli interessa come grande mistico. Ogni epoca vi legge un messaggio: per questo è un personaggio grandioso”.

Lo definirebbe un rivoluzionario?

“Sì, ma non nel senso moderno. In un’epoca di forti critiche alla Chiesa, lui predica obbedienza al Papa e ai sacerdoti. Non attacca i ricchi, ma sceglie la povertà. Non biasima i crociati, ma va a parlare con il Sultano”.

Fu dunque un precursore del dialogo interreligioso?

“Sì, ma non certo sul piano della parità delle fedi. Al Sultano diceva che la verità era quella cristiana. Però invece di lanciare sassi o sguainare la spada, apre all’incontro”.

Anche oggi è Occidente contro Oriente. Secondo lei cosa penserebbe Francesco della guerra contro l’Iran?

“Non lancerebbe missili, ma partirebbe in prima persona per l’Iran per aprire un dialogo”.

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