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In sella alla bici nell’inferno dei viali di Firenze. Nervi tesi, caos e polvere: quando pedalare diventa una missione impossibile

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19.03.2026

La nostra cronista lungo il tragitto percorso ogni giorno da centinaia di ciclisti

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Firenze, 19 marzo 2026 – La città si attraversa in bici come in uno slalom, tra ostacoli improvvisi, deviazioni forzate per via dei lavori che porteranno alla realizzazione della tramvia, e un traffico che non concede tregua.

In bici sui viali: lo slalom della paura dopo la tragedia

È il percorso che da piazza Ferrucci porta fino a piazza della Libertà, lungo i viali, lo stesso tratto che ogni giorno percorriamo insieme a decine di altri ciclisti e che oggi, dopo la morte di martedì di Alfredo Ceccarelli, travolto in bici da un mezzo pesante, è ancora di più un macigno.

Il dilemma del ponte: marciapiede o asfalto tra lo smog?

Partiamo da piazza Ferrucci, imbocchiamo ponte San Niccolò e ci troviamo davanti alla prima scelta, che poi scelta non è: salire sul marciapiede, condividendo lo spazio con i pedoni, oppure restare in strada, accanto alle auto che scorrono lente ma continue, a passo d’uomo, con i motori accesi e lo smog che resta sospeso nell’aria. Restiamo in bilico tra le due opzioni, cercando ogni volta quella meno rischiosa. Superato il ponte svoltiamo a sinistra verso i viali, in direzione piazza Piave.

Cantieri e ciclabili a singhiozzo: dove il percorso scompare

Qui la ciclabile comincia, almeno così sembra. Dopo pochi metri però si interrompe, inghiottita da un cantiere: camion fermi, gru, operai al lavoro. Siamo costretti a rallentare, a scendere, a infilare la bici in passaggi stretti, a chiedere spazio.

Ripartiamo poco dopo, ma capiamo subito che sarà così per tutto il tragitto, una continuità a singhiozzo che spezza il ritmo e la concentrazione. Dopo l’incrocio con via Ghibellina cambia anche il terreno sotto le ruote, l’asfalto scompare, il manto è dissestato. Le vibrazioni risalgono dalle mani alle braccia, la bici perde stabilità, dobbiamo stringere il manubrio ed evitare di perdere l’equilibrio. Intorno a noi pedoni, transenne, percorsi che si incrociano. Non esiste più una corsia definita, solo uno spazio condiviso in cui ognuno cerca di passare.

Dopo via dell’Agnolo il corridoio si stringe ancora, una comitiva occupa metà passaggio, un guard rail appoggiato all’incrocio riduce ulteriormente lo spazio. Ci guardiamo, rallentiamo, scendiamo. Spingiamo la bici a mano, come fanno altri accanto a noi. Riprendiamo più avanti, di nuovo in sella, mescolati ai pedoni, almeno su un fondo più regolare. Ma è solo una breve tregua.

Piazza Beccaria: tra polvere di cantiere e gas di scarico

Arrivati in piazza Beccaria la polvere che si alza dai cantieri si mescola allo smog. La sentiamo negli occhi, nella gola, ci costringe a strizzare gli occhi. Intorno il traffico resta fermo o quasi, ma i motori continuano a girare. Su viale Gramsci la ciclabile sparisce di nuovo nel primo tratto. Cerchiamo un varco tra le transenne, seguiamo altri ciclisti, improvvisiamo una traiettoria. Quando la pista ricompare è stretta, incanalata, condivisa ancora una volta con chi cammina. All’altezza di piazza Mazzini il fondo torna sconnesso, dobbiamo rallentare, stringerci, fare attenzione a chi arriva di fronte. Per risalire sul marciapiede affrontiamo pedane di legno appoggiate alla meglio per superare il dislivello del gradino. Le ruote salgono con un piccolo scatto, le tavole oscillano sotto il peso, ci obbligano a mantenere l’equilibrio. Dopo via della Mattonaia la ciclabile ricompare ancora, ma dura poco, si restringe, scompare a tratti. Saliamo e scendiamo dal marciapiede più volte, senza mai trovare una continuità.

L'incognita degli incroci: "Infilati tra i paraurti per passare"

Agli incroci la situazione si complica ancora. Il traffico è talmente congestionato che le auto restano ferme anche quando scatta il rosso, bloccando gli attraversamenti. Chi vuole andare dalla parte opposta del viale deve infilarsi tra le macchine, cercare un varco tra paraurti e specchietti, con gli occhi degli automobilisti addosso e lo spazio ridotto al minimo. Noi passiamo accanto, respiriamo quello che esce dagli scarichi, ci muoviamo negli spazi lasciati liberi. Quando arriviamo in piazza della Libertà rallentiamo quasi senza accorgercene. È come uscire da una tensione continua, ma la sensazione che resta è quella accumulata lungo tutto il tragitto: un percorso frammentato, precario, dove la bici non è davvero prevista, ma tollerata. E dove ogni giorno, per attraversarlo, serve attenzione e (tanta) pazienza.

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