Banca Mps vola nel futuro. Utili record, nuovi mercati. Meloni: Governo fuori |
L’ad Lovaglio illustra il Piano industriale 2026-2030: mille assunzioni, dividendi super. Reazione negativa della Borsa. L’opposizione accusa la premier.
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Fino a non troppi anni fa, la prospettiva era limitata a una dimensione di àmbito regionale, nella migliore delle ipotesi. Ora Banca Monte dei Paschi guarda a un futuro di respiro internazionale, tra proiezione europea e nel Medio Oriente, all’insegna dello slogan “Da radici profonde a nuove frontiere“, tra numeri che marcano una crescita esponenziale e prospettive ambiziose. Tutto ciò è alla base del nuovo Piano industriale generato dalla fusione Mps-Mediobanca, approvato dal cda e illustrato ieri dall’ad Luigi Lovaglio. "Questo gruppo resisterà alla prova del tempo – ha detto – perché è fondato su una solida logica industriale e sostenuto dalla convinzione che possa esprimere appieno il suo potenziale: due marchi iconici, un futuro".
Va da sé, prima di lasciarsi trascinare dall’entusiasmo anticipato, che ogni Piano deve poi confrontarsi con la contoprova dell’attuazione pratica e che un paio di elementi inducono quantomeno a un minimo di cautela. Il primo sarà sciolto a breve: questo è il piano varato dal cda ma fondamentalmente lo è dell’ad Lovaglio, avrà quindi un senso solo se lui stesso sarà confermato, altrimenti si ripartirà se non proprio da zero quasi, con un nuovo vertice. Il secondo è che la cautela, quando ci si muove a questi livelli, è sempre doverosa (e lasciamo perdere confronti con le scottature del passato).
C’è poi il primo responso della Borsa, ieri particolarmente negativo per entrambi i titoli che hanno fatto segnare oltre il -6 per cento (per Mps -6,76% a 8,30 euro con perdita di 60 centesimi ad azione, Mediobanca -6,24 per cento a 18,47 euro).
Ma i risultati prospettati dall’ad sono talmente evidenti che ieri, intervistata da Bloomberg, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha utilizzato parole chiare sulla presenza dello Stato in Banca Mps: "Il ruolo del Governo è terminato", la quota residua del 4,9% "chiaramente non ci dà la possibilità di esercitare un’influenza significativa sulla governance" e per questo "non parteciperà alla nomina dei nuovi organi amministrativi e di vigilanza. Era uno di quei dossier complessi che abbiamo ereditato e che abbiamo gestito con successo".
Parole che hanno scatenato una bufera politica, provocato la reazioni di Cinque Stelle (Patuanelli, Turco, Lorefice), Pd (Misiani, Tajani), Dellavedova di +Europa: "Un errore dichiarare l’uscita dello Stato a Borse aperte", il senso delle dichiarazioni, oltre ai consueti attacchi sul ruolo del Governo nell’operazione.
Il "successo" sottolineato dalla premier sta nei numeri illustrati ieri mattina da Lovaglio: sette milioni di clienti, l’utile che nel 2030 potrà volare a 3,7 miliardi di euro con una distribuzione complessiva nell’arco del Piano di 16 miliardi agli azionisti. E ancora l’investimento di un miliardi di euro nelle piattaforme tecnologiche, con particolare attenzione all’intelligenza artificiale, la prospettiva di mille assunzioni in un quinquennio, una riorganizzazione in cinque divisioni sfruttando la proiezione internazionale e non solo di Mediobanca.
Se il 10 marzo è la data fissata per la presentazione del piano per la fusione, compresa l’indicazione del rapporto di concambio per completare l’operazione, Lovaglio ha risposto anche alla domanda sul perché la quota Generali sia rimasta in Mediobanca: "Perché hanno il know how per gestire questo investimento. Secondo noi va bene lasciarla lì, ha funzionato benissimo finora, se vogliamo concentrarci sulla realizzazione delle altre sinergie". Sinergie confermate per un valore di 700 milioni, mentre è stimato in 60-70 milioni il costo nei prossimi tre anni per trattenere i banker di Piazzatta Cuccia: "Una volta che la situazione in termini di organizzazione sarà chiarita anche queste incertezze verranno meno per cui saremo in grado, come già vedo, di avere un’inversione di tendenza, con banker che entreranno in Mediobanca e in Premier piuttosto che andarsene".
Il gruppo così ridisegnato avrà poco meno di un terzo dei ricavi dal tradizionale mercato retail (29%), il 19 per cento dal capitolo consumer finance, il 21% dal versante asset, il 9% dal private, il 14% dal corporate. La proiezione internazionale guarda ai principali mercati europei (Spagna, Francia, Regno Unito e Germania), rafforzamento della presenza negli Stati Uniti, lo sviluppo di nuovi hub internazionali, inclusa l’area del Medio Oriente.
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