Ferruccio Ferragamo: “Mi chiamavano ‘calzoladro’. Mio padre mi spedì in soffitta. Sognavo il calcio, oggi faccio l'agricoltore"

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Firenze, 15 marzo 2026 – Quando nel 1927 tornò dall’America, già col titolo di “calzolaio delle stelle”, avrebbe potuto scegliere qualsiasi città per proseguire la sua straordinaria attività artigianale. Invece, lasciato Bonito, piccolo paese della provincia di Avellino dove era nato e dove aveva sposato la sua adorata Wanda, Salvatore Ferragamo decide che da allora in poi sarebbe stata Firenze la sua nuova casa, il luogo dove lavorare e mettere su famiglia. Gli era bastato un breve soggiorno da turista per convincerlo a comprare una bellissima casa a Fiesole, dove sarebbero nati tutti i suoi sei figli. E ad aprire il primo laboratorio in via Mannelli 57. Nel 1927 nasce dunque il marchio Salvatore Ferragamo e di lì a qualche anno il geniale calzolaio acquista a rate Palazzo Spini Feroni in via Tornabuoni, ancora oggi sede, museo e simbolo del celebre brand. Ed è lì che anche il suo primogenito maschio, Ferruccio (nato dopo le sorelle Fiamma e Giovanna), inizia ragazzino a lavorare nell’attività del padre, cominciando con imbullettare le casse di spedizione, fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di presidente della Salvatore Ferragamo spa, dal 2006 al 2022.

Com’è stato essere figlio di due personaggi come Salvatore e Wanda?

“Si parla tanto di mio padre, ma dopo la sua scomparsa nel 1960, è stata mia madre a prendere in mano le redini dell’azienda inaugurandone una nuova stagione. Noi figli eravamo tutti piccoli, ma grazie a lei, piano piano, ci siamo inseriti nell’attività, creando nuovi settori, contribuendo tutti a fare della Salvatore Ferragamo quella che è diventata negli anni”.

“Di mio padre ricordo l’immensa creatività. È stato un esempio che mi ha insegnato molto, anche cose che ho capito davvero crescendo. Di mia madre ricordo la determinazione, la forza, la lungimiranza e il coraggio. Quando ha preso in mano l’attività, l’azienda produceva praticamente solo scarpe donna, e lei ha rivoluzionato tutto, con l’aiuto di mio cugino Jerry Ferragamo, che aveva promesso a mio padre che ci sarebbe sempre stato. E così ha fatto”.

Perché suo padre è tornato in Italia, visto che nel suo negozio a Los Angeles ’Hollywood Boot Shop’, creava le scarpe alle più grandi dive del tempo?

“Per nostalgia, raccontava. Ma non perse le clienti, perché le dive venivano a Firenze a farsi fare le scarpe. Che non erano solo fatte su misura, ma adattate al carattere: a Marilyn Monroe faceva un certo tipo di tacco, a Audrey Hepburn un laccino un po’ monacale sul collo del piede e via dicendo...”

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Ma lei cosa voleva fare da bambino?

“Il calciatore. Ho iniziato a giocare a calcio nel Fiesole come centravanti, ma spesso rimanevo in panchina e mi soprannominavano ‘calzoladro’ per le nostre scarpe costose. Passai alla Sales, dove diventai titolare, e ricambiai al Fiesole segnando due gol nella vittoria per 3-1. A 16 anni entrai nei ragazzi della Fiorentina: grazie al mio tiro potente, l’allenatore Mario Mazzoni mi faceva calciare i rigori agli allenamenti dei portieri, ritrovandomi così a sfidare Sarti e Albertosi”.

Segue ancora il calcio?

“Come no! Sono rimasto tifoso della Fiorentina”.

Le è mai venuto in mente di comprare la società viola?

“L’ho pensato qualche volta per amore della città, ma il calcio è un mondo molto complesso e richiede investimenti e un impegno enorme, oltre a essere molto lontano da quello che sappiamo fare”.

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Come è stato l’inizio in azienda?

“Da ragazzino aiutavo a preparare le scarpe destinate all’America. A 18 anni, appena diplomato ragioniere, entrai davvero in azienda: mio padre mi mise a riordinare la soffitta con la promessa del 10% sulle vendite. Mi impegnai moltissimo, ma per fortuna mi vennero ad aiutare due operai molto saggi, Renato e Giovannino, che mi dissero: ‘Signorino, guardi che se si vendono tutte, dopo non si rifanno in questo modo’. Erano tutte scarpe fatte a mano, ricamate, con zeppe, pietre...una meraviglia. Feci due conti e mi dissi mi potevo permettermi di lasciarne un paio per modello. Ora quei capolavori sono nel nostro museo”.

“A ottant’anni, più che un rimpianto ho una curiosità: ma se avessi lavorato in un’altra azienda e non in Ferragamo, dove ho fatto di tutto e imparato tantissimo, cosa avrei fatto? Da cinque anni ho lasciato la Ferragamo a livello operativo, e la cosa straordinaria è l’affetto che ritrovo in tutte le meravigliose persone con cui ho lavorato per una vita. Il primo motivo del successo della Ferragamo sono state proprio loro, che hanno lavorato con le braccia, la testa ma soprattutto col cuore, E poi ho anche la fortuna di avere sei figli tutti bravissimi, e la soddisfazione che ciascuno di loro ha trovato la propria strada: Salvatore e Vittoria nella gestione del Borro; James in Ferragamo; Vivia con la sua attività nel settore dell’abbigliamento; Francesco a Londra nella finanziaria e ora si appresta a fare un master e Olivia, che oltre a fare con passione la mamma e si dedica alla recitazione”.

Ora però sta vivendo una nuova appassionante stagione al Borro, la tenuta nel Valdarno. Quanto sta a Firenze?

“Ho ereditato la casa di famiglia a Fiesole e ho una casa in città dove abito con mia moglie Teresa. Ma adesso sono passato a fare l’agricoltore e vivo spesso al Borro, la tenuta che ho acquisito 33 anni fa e che mi dà tanta soddisfazione. Ci lavorano 250 persone e oltre all’accoglienza abbiamo 4 ristoranti, 14 etichette di vino, 140 cavalli in pensione, 320 galline, 300 pecore, vacche chianine e le api, di cui mia madre era una grande appassionata. Siamo autosufficienti dal punto di vista energetico ed è tutto biologico”.

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La Ferragamo ha finanziato molti restauri per Firenze: la Fontana del Biancone, cinque sale degli Uffizi, la statua di Cosimo a cavallo.

“Mia madre diceva sempre: ‘dovete essere grati a Firenze, glielo dobbiamo, ci ha dato tanto questa città’. Ed è vero”.

Dopo vent’anni ha appena lasciato la presidenza del Polimoda.

“Il merito del successo è stato di tutti i collaboratori. All’inizio eravamo pochi e innamorati di questa scuola, ma da una piccola realtà oggi il Polimoda è un fiore all’occhiello nel campo della formazione”.

Le capita mai di guardare le scarpe delle persone?

“Sempre. Mia moglie Teresa dice che guardo le gambe delle donne, ma non è vero: guardo le scarpe”.

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