Sfruttamento dei rider. “L’alternativa etica c’è ed è già attiva in Toscana”

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Pisa, 2 marzo 2026 – “Un altro delivery, etico e locale, esiste. Deve però affrontare lo scoglio dei consumatori che spesso preferiscono la comodità del cibo a domicilio”. Dalla Toscana parte la sfida ai colossi delle consegne per dire che un nuovo delivery è non soltanto possibile, ma anche presente. Questo è quanto emerge dal progetto nazionale, al quale hanno preso parte i docenti dell’Università di Pisa Matteo Corciolani e Daniele Dalli, che aveva lo scopo di mappare le alternative nate in questi anni alle piattaforme come Glovo o Deliveroo, contro le quali sono state intentate cause per motivi etici. Alcune di queste alternative sono nate proprio in Toscana: Pistoia a Domicilio, Domicilio30 a Siena, ConsegneInCasa a Massa, RobinFood a Firenze stanno cercando di dimostrare che un delivery più sostenibile e ancorato al territorio esiste.

Matteo Corciolani, cosa significa ‘delivery etico’?

“Non esiste un solo modello. Alcune realtà mettono al centro la sostenibilità ambientale e il rispetto dei lavoratori, altre puntano a diventare un servizio stabile per il territorio, altre ancora cercano di essere competitive sul piano economico, ad esempio con una quota fissa per le consegne. L’etica non è sempre l’unico motore”.

Sono alternative in grado di cambiare il sistema del delivery?

“Il primo ostacolo è che spesso non vengono nemmeno conosciute. Inoltre non tutte le piccole piattaforme fanno dell’etica il loro tratto distintivo. Finché restano marginali, le grandi piattaforme non hanno reali incentivi a modificare i propri modelli, se non in presenza di scandali che attirano attenzione mediatica. Se però queste realtà riuscissero a comunicare meglio la loro differenza, potrebbero sfruttare una fase di debolezza dei grandi operatori”.

Come possono diventare più forti e visibili?

“La concorrenza è spietata, quindi una strada è ampliare i servizi. C’è un’app a Pistoia che non si limita al food delivery, ma si occupa anche di farmaci, spesa o altri tipi di consegne, che si legano anche ad altre imprese locali. In questo modo si costruisce un’alternativa cittadina e più ‘umana’”.

Cosa serve per far crescere un delivery etico?

“Un sostegno da parte delle istituzioni locali sarebbe importante, ma non basta. Serve anche un cambiamento nei comportamenti dei consumatori. E per le piccole piattaforme è fondamentale investire nella comunicazione: se il messaggio etico non arriva, resta invisibile. Senza visibilità, l’etica non diventa mai una scelta reale”.

I consumatori come si pongono?

“In generale non sono troppo sensibili, o almeno non quanto si potrebbe pensare. La percezione dello sfruttamento dei rider è bassa e molti studenti, per esempio, si sono mostrati poco interessati all’idea di pagare di più per garantire condizioni migliori. Le priorità restano il prezzo, la varietà dell’offerta e la possibilità di ordinare cibi che a casa non si cucinano. La comodità tende a prevalere sulle considerazioni etiche”.

E quando si entra nel dettaglio delle condizioni di lavoro?

“Quando proponiamo situazioni concrete, come le consegne con il maltempo, alcuni reagiscono con sorpresa o preoccupazione. In molti riconoscono che c’è una contraddizione tra quello che ritengono giusto e ciò che fanno nella pratica. È lì che si vede quanto il problema sia poco interiorizzato”.

È possibile arrivare a un modello davvero etico?

“Io personalmente me lo auguro. Le inchieste e le notizie emerse negli ultimi mesi possono aiutare a rendere il problema più visibile, ma serve più sensibilità al tema. Però l’alternativa etica toscana c’è”.

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