La nostra storia. Il 7 marzo drammatico. Dagli scioperi in piazza alla deportazione |
Prato non dimentica: le rappresaglie, i rastrellamenti, la caccia all’uomo. Nei campi di concentramento 151 persone, solo 18 i sopravvissuti. Ponzecchi, Tesi, Bartoletti, Nanni, Tesi, Paoli. Le famiglie spezzate.
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Brucia ancora nelle famiglie che hanno perso i propri cari e nella comunità pratese il dolore inferto nel marzo del 1944 dai nazifascisti. La città portava nelle rovine di case e fabbriche i segni dei bombardamenti degli Alleati e da pochi mesi aveva dovuto fare i conti con l’azione distruttiva dei tedeschi: esplosivi, sabotaggi e requisizioni dei macchinari, in filature e tessiture. Tra il 4 e il 7 marzo ci fu una grande mobilitazione per organizzare uno sciopero nelle fabbriche. Quando il Cnl dell’Alta Italia con le parole d’ordine "Pane, lavoro, pace, libertà" proclamò lo sciopero generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, a Prato i lavoratori aderirono con forte slancio. Dietro lo sciopero per fare cessare il trasferimento di mano d’opera in Germania e contro lo sfruttamento degli impianti produttivi a favore dell’industria bellica del Terzo Reich, oltre le rivendicazioni economiche, c’era un chiaro intento politico: dire no alla guerra e al fascismo. L’astensione dal lavoro fu organizzata in maniera capillare. La protesta operaia si intrecciò con la lotta partigiana. Le gesta e la portata dello sciopero furono comprese anche nello scenario internazionale. Scriveva in quei giorni il New York Times: "In fatto di dimostrazioni di massa non è mai avvenuto nulla di simile nell’Europa occupata che possa somigliare alla rivolta degli operai italiani." Prato fu in prima fila con una partecipazione allo sciopero che coinvolse le fabbriche più importanti del territorio, i nazifascisti furono colti di sorpresa. La rappresaglia fu durissima. Quei giorni di lotta si trasformarono in lacrime e dolore. Iniziò una vera e propria caccia all’uomo. Gli operai, rientrati al lavoro dopo lo sciopero, furono prelevati dalle fabbriche, ma anche dalle abitazioni. Cittadini che non avevano scioperato o che non si occupavano di politica furono rastrellati per strada, ai posti di blocco allestiti agli incroci principali della città. Anche giovanissimi. La retata durò per tutto il giorno e si protrasse anche la notte. Condotti al Castello dell’Imperatore (all’epoca sede della Guardia nazionale repubblicana) furono poi trasferiti a Firenze alle Scuole Leopoldine, centro di raccolta regionale. Da lì portati alla stazione di Santa Maria Novella, rinchiusi in carri bestiame sigillati e deportati nei lager nazisti a Mauthausen e nei sottocampi di Ebensee, Linz e Gusen. Parenti, amici e conoscenti restarono all’oscuro della sorte dei 152 deportati politici, di cui solo 18 sopravvissuti. Tutti sottratti al lavoro e alle famiglie. "A stasera" disse Diego Biagini salutando di prima mattina il figlio tredicenne Giancarlo che non lo rivide più; "Siamo su un carro bestiame, ci portano in Germania", scrisse Renzo Ponzecchi sul biglietto lanciato dal treno. Aveva sedici anni Bruno Tesi, andava da Agliana a Prato a comprare le medicine per il padre malato. Fu catturato e deportato a Mauthausen dove morì sette mesi dopo. Anche Mario Nanni aveva soltanto 18 anni. In sella ad una bicicletta, stava rientrando a casa da Firenze dove era stato in visita a dei parenti. Fu fermato e deportato. Le donne di casa Bartoletti andarono a cercare lungo la ferrovia un segno di Gino fermato a Porta Mercatale. Fu trovato un biglietto di saluto inviato alla sorella. All’antifascista Antonio Cecchi circondarono la casa. Fu portato via di notte davanti a moglie e figli. La paura rimase nella pelle e negli occhi di chi tornò. Valter Bruno Consorti riuscì soltanto dopo tanti anni a parlare dei giorni del lager al figlio Bruno. Bruno Paoli fu catturato in un bar dove era andato a comprare le sigarette. L’adolescente Marcello Martini che riuscì a tornare e a scrivere in un libro il suo orrore di prigioniero nel lager. Marilena Chiti
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