Le minacce della setta. Gli adepti in trappola sull’orlo del fallimento

La polizia sequestra l’uniforme della setta scoperta a Perugia

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"Mi mandi una foto e la tua data di nascita così controllo. Vediamo cosa dicono gli spiriti. Se ci sono cose che mi vogliono chiedere, ti scrivo". Uno degli "sciamani" della presunta setta di Pietralunga, in provincia di Perugia, così invitava una donna, che si era rivolta a lui per questioni di cuore. Gli "sciamani" e gli "alchimisti" dell’associazione "Conoscenza e libertà" che, a suon di bonifici e donazioni, avrebbero portato i loro adepti ad elevare lo spirito, a purificarlo. Una truffa, secondo la Procura, per portare avanti la quale in sei si sarebbero messi insieme. Il "maestro" Alfredo Mangone e la "maestra" Tatiana Ionel avrebbero tenuto corsi di formazione di alchimia per attirare nuove vittime nella spirale di quello che viene ritenuto un raggiro da migliaia di euro. Versati nelle casse degli indagati da insospettabili persone "comuni", spesso e volentieri con un profilo professionale e un’istruzione elevati. Uomini e donne che, per purificarsi, sarebbero stati indotti a donazioni a sei cifre, una macchina di lusso in un caso, l’anticipo di un’eredità.

Soldi versati mensilmente, fino a 12mila euro a volta, o con ampi versamenti per i quali alcuni avrebbero finito per indebitarsi e ritrovarsi in una situazione di forte disagio economico. Vittime, secondo quanto riscontrato dalla Mobile di Perugia e dal Servizio centrale operativo, agganciate spesso e volentieri sui social, invitate a partecipare a corsi di formazione, anche di più giorni, che si svolgevano nel casolare di Pietralunga, poi attività che le coinvolgevano sempre di più, nell’illusione che fossero uniche, speciali, migliori degli altri, migliori delle loro famiglie e degli amici, da cui sarebbero stati indotti a staccarsi, abbandonando case e famiglie, interrompendo qualsiasi rapporto. Una fitta rete, ha ricostruito il Cesap, il centro per gli abusi psicologici che ha raccolto le storie di diversi ex adepti dell’associazione/comunità, di regole e restrizioni avrebbe rappresentato, poi, la catena che, tra sensi di colpa e ricerca di elevazione personale, avrebbe legato ulteriormente le vittime al casale. Un legame, secondo l’accusa, a peso d’oro. Da cui alcuni sono riusciti a liberarsi, originando le denunce che hanno avviato le indagini. L’inchiesta ipotizza il reato di estorsione. Dove, evidenzia il gip nell’ordinanza che ha confIrmato il fermo per Mangone e Ionel, disponendone la custodia cautelare in carcere, non sarebbero mancati inviti espliciti a mantenere il silenzio, sennò "ti conficco un chiodo" o "l’avrebbe cercato ovunque". "Nessuna aggiunta di elementi giuridici che dimostrino la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari emerge da questo provvedimento". Lo sostiene l’avvocato Emanuele Fierimonte che con l’avvocato Deborah Wahl difende Mangone e Ionel, alla luce dell’ordinanza firmata dal gip. "Non si può parlare di associazione a delinquere" spiega ancora il legale.

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