Case di comunità in Toscana, la sfida del tempo: “Per le prime 70 ora c’è da correre” / |
La Regione promette di rivoluzionare la sanità in Toscana con le Case di Comunità, strutture dove trattare i casi più lievi allo scopo di alleggerire gli ospedali
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Firenze, 12 aprile 2026 – “C’è da correre”. Lui ci è abituato, da sportivo. E mentre parla si arrotola le maniche della camicia: sarà per il caldo o per dare simbolicamente l’abbrivio al rush finale.
Il governatore toscano Eugenio Giani sa che il tempo stringe. Ma sa anche che la Toscana è tra le Regioni più avanti nella realizzazione delle case della comunità, il perno della nuova sanità territoriale. L’obiettivo è non perdere un euro dei 350 milioni del Pnrr destinati a questa trasformazione.
Presidente, quante saranno davvero le case della comunità?
“L’obiettivo è arrivare tra le 130 e le 140 strutture, circa tre per ogni ospedale della Toscana. Una rete capillare, per portare la sanità più vicino ai cittadini”.
A regime. Ma adesso? Quali sono le scadenze da rispettare?
“Con i fondi Pnrr dovevamo realizzarne 77, ma siamo scesi a 70 per l’aumento dei costi delle materie prime. La Regione ha dovuto aggiungere circa 70 milioni propri per coprire l’incremento”.
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Non ci sono solo i fondi Pnrr…
“Infatti. Abbiamo anche 120 milioni statali, con l’articolo 20 della legge 67 dell’88, destinati all’edilizia sanitaria. Con questi stiamo realizzando altre 28 strutture”.
A che punto siamo oggi?
“Sono state inaugurate 16 case della comunità e 5 sono già certificate”.
Il calendario è stretto. La scadenza Pnrr incombe.
“Il termine è il 30 giugno per le rendicontazioni. Contiamo di aprirne molte altre entro quella data. Poi potremo sfruttare il tempo fino all’autunno, fine ottobre, per i collaudi”.
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Se non ce la fa la Toscana, rischiano molte altre Regioni…
“Siamo tra le più avanti e non mancheremo l’obiettivo. Siamo stati anche tra i precursori: già durante il Covid avevamo modelli organizzativi che hanno ispirato la riforma nazionale. Ricordo la visita del ministro Speranza alle Piagge. Da lì è nato il percorso che ha portato al decreto ministeriale 77 del 2022 che prevede la riorganizzazione della medicina territoriale che nel nostro Paese aveva fallito durante il Covid”.
Cosa si farà davvero nelle case della comunità? Cosa troveranno i cittadini dentro queste strutture?
“Vogliamo concentrare il più possibile i servizi: medici di famiglia, infermieri di comunità, lo psicologo di base. I servizi sociali. Ci saranno specialisti e anche medici ospedalieri. E un ruolo importante potrà averlo il terzo settore”.
“Si potranno fare esami del sangue, diagnostica di primo livello come ecografie. E stiamo già valutando l’introduzione di tecnologie più avanzate, anche risonanze magnetiche. Sono strutture della Regione, è giusto investirci”.
Non tutte però saranno uguali.
“No. Ci saranno tre livelli: nei territori senza ospedale saranno punti completi di prima risposta alle necessità di salute. Vicino agli ospedali avranno più specialistica e diagnostica avanzata. E poi ci sono le case della salute esistenti, che stiamo trasformando integrando i servizi mancanti”.
Quante sono nuove e quante ristrutturate?
“Meno di un terzo sono nuove costruzioni. La maggior parte sono ristrutturazioni, ampliamenti o ricostruzioni”.
Il nodo vero: il personale. Ci saranno abbastanza medici per farle funzionare?
“Io vedo entusiasmo. In alcune zone, come il Grossetano, ci sono già 5 strutture inaugurate su 7. Sono operative e i medici di famiglia ci sono, non si sono tirati indietro. E faremo nuovi bandi”.
I medici di pronto soccorso chiedono di poter lavorare nelle case della comunità per intercettare i pazienti prima dell’ospedale.
“È una proposta importante. Una grande opportunità che dobbiamo valutare seriamente”. Le case della comunità possono cambiare la sanità. Oppure restare contenitori vuoti. Dipenderà da una cosa sola: se dentro ci saranno abbastanza medici per farle funzionare. E organizzazione. Continuità.
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