menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Follia, diritti e libertà. Le ’libere donne’ di Tobino

8 0
10.03.2026

Lino Guanciale, nelle vesti di Mario Tobino, nella fiction «Libere donne»

Articolo: “Libertà”: torna La Toscana delle donne, il viaggio nei diritti

Articolo: Salute mentale. Cenerentola della sanità

Articolo: Tre date da segnare in agenda

La salute mentale, la follia, la libertà. La condizione femminile. Le regole repressive degli ospedali psichiatrici nel Novecento. E la storia di uno psichiatra non convenzionale. C’è tutto questo, e c’è molta Toscana nella fiction "Le libere donne", tratta dai diari dello psichiatra e scrittore Mario Tobino, che va in onda da stasera, per sei puntate, su Raiuno.

Le riprese hanno coinvolto il centro storico di Lucca – piazza San Martino, Palazzo Ducale – e la zona delle crete senesi, in particolare Monteroni d’Arbia. Le riprese si sono svolte con la collaborazione della Toscana film commission. La serie andrà in onda in tre prime serate su Raiuno: oggi, il 17 e il 24 marzo. Il racconto si ispira all’esperienza vera di Mario Tobino, medico nel reparto femminile dell’ospedale di Maggiano, in provincia di Lucca, durante la seconda guerra mondiale. A interpretare il medico, Lino Guanciale. Che cos’è la follia? Come discriminare una "matta" da una persona normale?

Nel racconto televisivo, molte delle donne recluse nel manicomio sono colpevoli soltanto di avere affermato la propria libertà di spirito e di pensiero. Molte sono state fatte rinchiudere dal marito, perché scomode, in un modo o nell’altro.

"Le libere donne" descrive la condizione delle pazienti malate mentali all’epoca, un’epoca non così lontana nel tempo. La pazzia, in alcune di esse, è una forma di libertà dal giogo patriarcale.

E poi c’è un’altra forma di follia: quella della guerra, della violenza che genera. Il manicomio dove Tobino esercita diventa, dunque, uno specchio della società. Il lavoro di Tobino lotta per restituire dignità alle pazienti, vedendole come persone e non più come un "problema", una devianza, una difformità, un’anomalia, un errore nell’ordine delle cose.

"Tobino porta una psichiatria nuova, è l’anello di congiunzione con la rivoluzione dell’antipsichiatria, che arriverà anni dopo con Franco Basaglia, e che porterà alla chiusura dei manicomi", dice Lino Guanciale. "Il personaggio che interpreto – prosegue l’attore – è un personaggio imperfetto, e proprio per questo profondamente umano. Tra esitazioni, incertezze, opera però delle scelte molto chiare. Ma non lo fa come un eroe senza macchia e senza paura: lo fa come una persona normale".

Il camice torna nella sua vita professionale. Tra il 2016 e il 2020 era un medico legale nella serie "L’allieva". "È vero. Ma era più leggero. Il camice di Tobino degli Anni 40 è più pesante, è quasi un cappotto, e anche più coprente. I medici psichiatri erano chiamati a lavori di vera fatica ed erano esposti a diversi inconvenienti". Guanciale parla anche del patriarcato: "E’ necessario che noi maschi facciamo un passo indietro in questi tempi orribili in cui si dice che il patriarcato non esiste, perché chi comanda a casa è la moglie. Frase intollerabile, pronunciata dappertutto. Noi maschi dovremmo ‘tobinizzarci’ un po’ tutti".

C’è anche un aspetto personale che riguarda il regista, Michele Soavi. Nel personaggio di un amore di Tobino, Paola Levi – interpretata da Gaia Messerklinger – è adombrata la figura della nonna del regista. Ebrea, Paola Levi era la sorella della scrittrice Natalia Ginzburg, e dopo la relazione con Tobino fu la moglie dell’imprenditore Adriano Olivetti, a cui Soavi ha dedicato nel 2013 la fiction "Adriano Olivetti – La forza di un sogno".

© Riproduzione riservata


© La Nazione