Il decano e quella toga a 86 anni: "L’ispirazione? Resta Cicerone. Ho assistito 100 detenuti insieme" |
Alessandro Traversi, avvocato, giurista e scrittore: dal processo Menarini al ponte Morandi "Il primo caso fu un furto di francobolli. Fra giudici e colleghi oggi c’è meno umanità".
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Un buon avvocato conosce le leggi, un grande avvocato conosce il giudice. Se si dovessero tirare le reti degli 86 anni di Alessandro Traversi, probabilmente è a questa massima che bisognerebbe ispirarsi. Perché quella del decano degli avvocati penalisti è una vita spesa a migliorare, come la definisce lui, "l’arte della parola", per semplificare ma senza immiserire anche i casi più complessi, con l’obiettivo aureo di garantire una difesa di spessore al cliente. Nato a il 17 agosto del 1939, avvocato, giurista, scrittore e docente: Traversi vanta più di mille processi alle spalle e la voglia di arringare di un esordiente.
Avvocato, tra pochi giorni festeggerà i 60 anni di carriera. Ma non è stanco?
"Per niente. E non ho in programma di andare in pensione. Spesso, il sabato e la domenica, incuriosito dalla luce accesa nello studio, un mio amico viene a trovarmi, chiedendomi ogni volta perché lavoro così tanto. La risposta è semplice: perché mi diverto, mi appassiona. Non faccio fatica, anche se questo mestiere è peggiorato".
Peggiorato in che senso?
"Sotto molti aspetti. Per esempio i processi, anche quelli per reati minori, si trascinano per molteplici udienze. I rapporti con i colleghi e con i giudici hanno perso umanità, e questo è un vero peccato".
Quando ha deciso di voler fare questa professione?
"Uso spesso la metafora del ’treno che passa’, innanzitutto perché i treni sono la mia grande passione e forse sono uno dei massimi esperti del settore in Italia se non in Europa (è effettivamente un’autorità tra i feramatori, vedesi i numerosi libri pubblicati ndr). E in secondo luogo perché la mia carriera è iniziata grazie a un’amica che alle tre di notte mi ha chiamato perché un suo vicino era finito nei guai. Avevo 26 anni, venivo da un periodo non felice passato in uno studio di avvocati civilisti, e avevo intenzione di mollare e concentrarmi sull’insegnamento. Ma decisi di prendere quel caso, e salire sul treno".
Fu la decisione giusta?
"Decisamente sì. Quel processo andò abbastanza bene: il mio cliente era un appassionato di francobolli, e la notte prima aveva infranto una vetrina alla stazione per trafugarne alcuni rarissimi. L’accusa era di furto pluriaggravato. Passai la notte in bianco a cercare di trovare gli argomenti per sostenere che non c’era necessità per l’esposizione alla pubblica fede, ovvero per mostrarli in vetrina. Rischiava dai 3 ai 10 anni: ma cadde l’aggravante, e con la sospensione condizionale fu scarcerato. Tutto sommato fu un successo".
Da lì in poi non ha più avuto dubbi?
"Indossare la toga, parlare dentro un’aula di tribunale, prepararsi per un processo. Scattò qualcosa dentro me. Ancora oggi, dopo oltre mille processi, la notte prima di un’udienza cruciale o della lettura della sentenza, la passo in bianco per l’emozione. Eppure, dopo quel processo, ho passato anni di gavetta: occupandomi esclusivamente di quello che viene definito il ’penale nero’, ovvero del carcere. C’è stato un momento che assistevo contemporaneamente ben 100 detenuti. Tant’è che uno dei miei clienti che avevo seguito per dei piccoli furti, fu poi sospettato e indiziato, con tanto di carcerazione, di essere il Mostro: si trattava di Francesco Vinci".
Qual è il caso che ricorda con più orgoglio e quello che le ha lasciato più rammarico?
"A dire il vero la maggior parte dei processi finiscono male, quindi l’elenco sarebbe estremamente lungo (ironizza ridendo ndr). Il processo Menarini, quello dello stilista Roberto Cavalli, e anche quello sul ponte Morandi, che sto discutendo in queste settimane, mi hanno lasciato più soddisfazioni a livello professionale".
Che voto si dà come avvocato?
"Non mi sono mai posto questa domanda. Mi sono invece chiesto molte volte se un bravo avvocato dovrebbe affidarsi a tecniche o seguire regole per tenere desta l’attenzione dei giudici e riuscire a persuaderli. La risposta l’ho trovata nei testi di Cicerone: riprendendo gli antichi precetti della retorica. Anche se oggi, un bravo avvocato lo si vede dalle scelte a monte, nel momento in cui il processo viene incardinato. Optare per un patteggiamento, per la discussione o per l’abbreviato è fondamentale".
Ha mai rischiato la vita per un caso?
"Io e la collega Sara Gennai, abbiamo difeso un uomo accusato di essere un compartecipe, anche se in modo molto marginale, della strage dei Georgofili. Era il figlio di un capo mandamento. Andando in carcere a parlare con il nostro assistito, riuscimmo a convincerlo a dissociarsi dall’organizzazione mafiosa. Quando si diffuse la notizia, durante il processo in aula bunker, fummo minacciati dalla mamma e da altri personaggi del clan. A lui però evitammo tanti anni di carcere".
Ha avuto clienti di ogni tipo. Vuole sapere la verità da loro?
"Quando dico che sono un avvocato penalista, la prima domanda che mi viene posto è: come fate a difendere un cliente sapendo che è colpevole? Semplice. Non sappiamo la verità vera. Noi leggiamo gli atti, e ci basiamo su quelli. Così lo difendiamo a testa alta, nel convincimento di difendere un innocente, o comunque non colpevole di quel determinato reato. Nel rispetto, chiaramente, dei limiti etici, che un avvocato deve rispettare".
Il suo studio è tappezzato di libri. Il grande giurista Sabino Cassese ha confessato di possedere un appartamento solo per i suoi 27mila volumi. Lei è arrivato a tanto?
"Beh (sorride ndr), l’ex ufficio in via San Gallo è diventato la mia biblioteca. Lì ci tengo gran parte della raccolta, in totale saranno alcune migliaia di volumi. Perché, per completare anche la domanda di prima, un buon avvocato non può non conoscere e appassionarsi anche a temi non giuridici, come la letteratura, la poesia e la storia".
Cosa ne pensa della riforma della giustizia?
"Penso che non si possa definire una riforma. Per la semplice ragione che, per esempio, una causa civile durerà lo stesso tempo o ancora di più. E posso citarne altri di esempi del genere. La vera riforma sarebbe intervenire sul sistema giustizia, ma anche sui codici. Così invece, definendo la separazione delle carriere una riforma, si induce i cittadini in errore, promettendo un cambiamento drastico. Che purtroppo non ci sarà".
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