Addio a Giorgio Grassi, la voce gentile. Una vita a raccontare il Valdarno per La Nazione con passione e umanità

Giorgio Grassi, storico corrispondente de La Nazione dal Valdarno, aveva 93 anni

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San Giovanni Valdarno (Arezzo), 23 marzo 2026 – Certi giorni ti chiamava prima dell’alba e sapeva già tutto. A volte pensavi che le notizie le sapesse prima che accadessero, come un veggente. Occhi azzurri che non dimenticavano nulla, capelli bianchi sempre arruffati, come polvere di neve sulle colline della sua infanzia. La fronte accigliata non era rabbia, ma misura. Ogni parola, ogni gesto, aveva peso.

Camminava piano, felpato, come chi conosce la fragilità dei vivi e il silenzio dei morti. Entrava nelle storie senza farsi notare, eppure chi lo incontrava percepiva subito che stava davanti a un uomo che non si accontentava del semplice, che pretendeva verità, e insieme possedeva un’umanità che non si proclamava: gentilezza, pazienza, delicatezza, umiltà vera, più pesante di mille proclami.

Morire il primo giorno di primavera, in un pallido mattino di marzo, nel suo ospedale del Valdarno, sembra un gesto minuto per chi ha attraversato quasi un secolo, ma Giorgio Grassi non aveva bisogno di gesti grandi, bastava la vita che aveva messo nelle parole, nei passi, nel silenzio. Per più di sessant’anni ha raccontato il territorio su La Nazione, la cronaca, le persone, le piccole tragedie e i grandi silenzi, senza mai piegare nulla al clamore. Le storie le raccoglieva come si raccolgono pezzi fragili, senza romperli, con gambe, occhi e orecchie, taccuino e penna, prima che arrivassero i telefonini e internet.

Il giornalista che arrivava sempre prima

Scriveva di cronaca nera, di amministrazione locale, di ogni volto e di ogni sofferenza invisibile, sempre con quella gentilezza che non annulla la fermezza, con quell’equilibrio che solo chi conosce davvero le persone sa avere. Nato a Bomba nel 1932, fratello maggiore, cresciuto tra miniere di Castelnuovo e colline, aveva visto la guerra passare troppo vicino. Gli eccidi del luglio del 1944 gli erano rimasti dentro, eppure non ne faceva spettacolo: portava quei ricordi come si porta un peso prezioso, in silenzio. Generazioni di studenti lo ricordano come un maestro gentile e fermo, generoso e intelligente. Generazioni di lettori lo ricordano come il giornalista che arrivava sempre prima, che conosceva le persone come si conosce un animale selvatico, che sapeva ascoltare prima di scrivere.

Nessuno aveva i suoi contatti, la sua rapidità, la capacità di far arrivare alla redazione fatti veri, misurati, precisi. Eppure Giorgio non rivendicava meriti: la sua umanità stava nel lavoro silenzioso, nel saper stare dietro le notizie senza imporsi, nel dare peso a chi non lo aveva.

Una colonna come corrispondente dal Valdarno della redazione de La Nazione di Arezzo nell’epoca dei grandi Mario D’Ascoli, Sergio Rossi, Alberto Pierini, Salvatore Mannino, Fausto Sarrini, Silvia Bardi e molti, molti altri.

Ha attraversato decenni con una scrittura asciutta, necessaria. Sindaci, amministratori, cittadini, istituzioni: li ha raccontati tutti senza mai cercare luce per sé. Entrava nelle case senza invadere, uno di famiglia con il pudore degli ospiti. Ogni cronaca, ogni articolo, era fatto con rispetto per chi viveva la storia, per chi soffriva in silenzio. Chi scrive gli deve molto. Non solo come apprendista giornalista in anni lontani, ma come uomo. Gli deve il tempo speso prima di parlare, la schiena dritta davanti ai fatti storti, la scelta di non piegare le parole alla convenienza. Un debito etico prima ancora che professionale.

L’ultima volta che l’ho visto è stato un anno fa sulla soglia del camposanto di Meleto. Non dentro, non fuori, ma in quel punto sospeso dove il tempo rallenta e si sente ogni respiro dei vivi e dei morti. I nostri padri riposano vicini, terra su terra, nome accanto a nome. Ci scambiammo un sorriso breve, pieno di quella complicità che nasce da decenni di silenzi condivisi.

Ci stringemmo in un abbraccio lungo e per un attimo non servivano parole. Un soffio di vento gli mosse i capelli bianchi e mi attraversò il petto, come una promessa: continuare, custodire, raccontare senza ferire. Giorgio, mio maestro quando muovevo i primi passi nel giornalismo, ora lo ritrovo così, vivo nella memoria e nella lezione che mi ha lasciato.

Oggi penso a lui e a quella soglia come a un confine gentile. Ha attraversato la vita con passo lieve, senza clamore. Martedì alle 15 nella chiesa del Bani di San Giovanni si terrà il funerale. Ora avrà ritrovato suo padre, e i loro sguardi si saranno riconosciuti senza bisogno di voce.

Resterà alto il suo insegnamento, chiaro e difficile: esserci; esserci davvero e con umiltà e umanità, raccontare senza ferire, restare degni in un mondo che spesso dimentica di esserlo. Ciao Giorgio, amico mio. Con te muore una parte di noi. Ma alcuni maestri non finiscono. Restano per sempre.

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