Referendum giustizia, il rush finale: il centrosinistra tira la volata al No. Meloni: nessun contraccolpo politico

A sinistra, un momento della chiusura della campagna elettorale del No a Roma

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Roma, 19 marzo 2026 – I giochi tra le parti sono fatti ormai. I risultati dipendono invece da chi e come si munirà davvero di scarpe, cappello e ombrello per recarsi alle urne domenica e lunedì 22 e 23 marzo. In quanto tutte le analisi degli specialisti suffragano l’ipotesi secondo cui maggiore sarà l’affluenza maggiori saranno le possibilità che venga approvata la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra pm e giudici. E se, data la polarizzazione politica imposta per volere bipartisan dei due poli, il fronte del No punta sulla mobilitazione del proprio elettorato contro l’attacco alla Costituzione e all’indipendenza della magistratura, quello del Sì patisce la contraddizione tra la matrice garantista della riforma e il mai sopito rigore giustizialista della base di destra che simpatizza con la magistratura.

Niente lo sancisce meglio della differente impostazione dell’epilogo di campagna referendaria. Coi promotori del No che si sono riuniti ieri pomeriggio a Roma nell’inatteso freddo umido di una piazza del Popolo sin troppo poco folta – sia sul selciato che nelle chiome dei partecipanti – all’insegna del classico comizio finale con tutte e tutti le/i leader e testimonial per motivare l’elettorato militante già mobilitato. Esortando ciascuno ad “adottare” qualcuno che pensa di votare Sì, come ha fatto il segretario della Cgil e padrone di casa Maurizio Landini; se non a un biblico “Andate e moltiplicatevi”, come ha incitato dal leader verde di Avs Angelo Bonelli.

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Mentre dal fronte del Sì la premier Giorgia Meloni, che negli ultimi giorni ha assunto la guida della campagna referendaria anche al fine di mitigare taluni eccessi polemici sopra le righe nei riguardi delle toghe da parte di esponenti della maggioranza, ha affidato al web e alla tv il proprio messaggio diretto agli elettori all’insegna di tutta la pacatezza di cui è capace. Prima con video/tutorial per argomentare le ragioni della riforma, “occasione storica per rendere la giustizia più meritocratica, più responsabile, più efficiente”, e spiegare con fac-simile come votare; poi con un intervento al Tg1 in cui ha rinnovato le motivazioni della riforma dei Csm “per liberare la magistratura dal controllo della politica” e ribadito che il risultato non avrà comunque “contraccolpi politici” sulla sua posizione di governo. Per il Sì, inoltre, dopo la sorella Marina, scende in campo anche Pier Silvio Berlusconi. Un sì “convintissimo”, dice, “non per motivi politici ma per motivi di civiltà e modernità”.

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La diradata piazza del Popolo per il No di ieri non era delle più entusiasmanti. Colpa del freddo e della pioggerellina fine che ha allontanato i partecipanti anche prima degli interventi più attesi. E comunque era soprattutto un piazza targata Cgil e altri partiti e associazioni di sinistra. Il copione, del resto, era piuttosto telefonato. Alla destra di governo si imputa di voler “cancellare l’autonomia della magistratura” per “non avere controlli”, come attacca Landini e rincalzano la segretaria del Pd Elly Schlein e il leader 5 Stelle Giuseppe Conte – secondo cui il primo errore giudiziario è stato quello che ha coinvolto Barabba e Gesù –, dopo l’abbraccio a favor di telecamere e paparazzi nel retropalco. “Sono intolleranti a ogni forma di controllo”, accusa per Sinistra italiana Nicola Fratoianni. Mentre Bonelli si lancia in un’esortazione stretta in gola alla “resistenza civile” in difesa della Costituzione.

Il fronte del Sì – che domattina chiude ufficialmente la campagna elettorale presso il Nazionale Spazio Eventi in via Palermo a Roma – prosegue invece sulla linea più pear to pear delle iniziative più circoscritte e dirette, sia sul territorio e via web, come dimostrato in particolare dall’impegno Meloni. Col ministro della Difesa Guido Crosetto che si associa nell’intento di smorzare i toni eccessivi e quello dell’Istruzione Giuseppe Valditara che, diffidando da inziative di parte nelle scuole, giudica il referendum una “occasione per cambiare giustizia malata”.

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