Preferenze e ballottaggio, lo Stabilicum agita il campo largo: “La legge elettorale è una super-truffa” |
La premier Giorgia Meloni, classe 1977, e la leader del Pd Elly Schlein, 40 anni
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Roma – Tra gli strilli d’indignazione a favore di telecamera e i calcoli cinici a fari spenti, la levata di scudi dell’opposizione contro la legge elettorale depositata giovedì somiglia molto a un gioco delle parti. Con il referendum alle porte, la consegna è mantenere toni da guerra santa: ogni eventuale spiraglio di dialogo, come ammesso con rara onestà da Nicola Fratoianni, è rinviato al 24 marzo. Lo conferma Alessandro Battilocchio, che per Forza Italia ha lavorato alla nuova normativa: “Abbiamo raggiunto una sintesi su un testo che punta ad assicurare governabilità alla coalizione che vince. Il Parlamento farà approfondimenti, ma la maggioranza è prontissima al confronto”. Eppure, la febbre referendaria esige decibel alti sulle “fantasie autoritarie” della premier.
Così, la parola più gettonata nel centrosinistra diventa “truffa”: da Parrini a Orlando, passando per Nardella e Magi, è un coro unanime. Giuseppe Conte va oltre e parla di “super-truffa”, denunciando “un premio di maggioranza che regala oltre 100 parlamentari alla coalizione che prende il 40% dei voti”. Un’accusa fondata a metà, poiché la cifra si raggiunge sommando le due Camere. Paradossalmente, il vituperato meccanismo — già finito nel mirino dei costituzionalisti — rischia di non bastare a chi dovesse sfiorare il 41% per raggiungere la maggioranza assoluta, fermandosi sotto la soglia dei 201 deputati a Montecitorio.
Nuova legge elettorale con premio di governabilità: dal proporzionale al nome del premier, ecco lo Stabilicum del centrodestra
Più che sul premio, il fronte progressista martella sul ritorno alle preferenze e contro il Parlamento dei “nominati”. In parte è ammuina, considerando che le segreterie di partito se ne sono sempre tenute alla larga; ma stavolta, per il Pd, l’obiettivo è concreto: schierando candidature forti nei territori, potrebbe compensare la perdita dei collegi uninominali. La partita è tutt’altro che chiusa. Giovanni Donzelli (FdI) promette un emendamento ad hoc (aggirando il muro eretto da Lega e FI contro cui si era scontrata Giorgia Meloni), imitato da Noi Moderati e Udc.
La prospettiva di un colpo di scena parlamentare c’è, ma resta da capire quanto i meloniani vogliano davvero spingere una norma che finirebbe per avvantaggiare soprattutto il Nazareno. Improbabile poi che il Carroccio accetti un simile salasso, rischiando di vedere la propria pattuglia parlamentare ulteriormente decimata. Matteo Salvini si dice pronto a digerire i sacrifici “purché ci sia la stabilità”, ma sulle preferenze la musica cambia. Il governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, le liquida senza mezzi termini come “distorsive”.
La verità è che, al netto delle barricate d’ordinanza, l’impianto dello Stabilicum non è tutto da buttare per le opposizioni. Certo, avrebbero preferito conservare il Rosatellum: secondo Youtrend, senza l’harakiri delle divisioni del 2022, un centrosinistra unito avrebbe oggi quasi la certezza di un pareggio nei collegi uninominali. Pur con l’incognita di un voto ancora lontano, la tendenza – stando all’attuale media dei sondaggi – è netta: alla Camera, con le nuove regole, il centrodestra otterrebbe 228 seggi (70 di premio) contro i 147 progressisti (Azione esclusa); al Senato finirebbe 113 (35 di premio) a 76 per la maggioranza. Con il Rosatellum, di contro, si assisterebbe a un testa a testa da brivido: 192 a 186 per il centrosinistra alla Camera, e 96 a 95 per il centrodestra a Palazzo Madama.
Stabilicum? E se tenessimo il “latinorum“ fuori dalle urne?
Tuttavia, nessuno a sinistra si illudeva di votare con una legge autolesionista per chi governa. E il Pd ha persino ottimi motivi per sorridere: il centrodestra è disposto a trattare sul premio e il ritorno al proporzionale puro consegnerebbe ai democratici una truppa parlamentare di tutto rispetto. Quanto a Conte, la “super-truffa” si rivela in realtà un assist: la norma impone di indicare il leader dello schieramento (veste che sente sua), un’insidia che Elly Schlein ha sempre cercato di disinnescare.
Inoltre, l’eventuale ballottaggio, obbligando alle alleanze, diventa per l’ex premier un’arma formidabile da poggiare sul tavolo nella corsa alla leadership. Infine, la soglia di sbarramento rassicura Renzi e Calenda, e persino Avs ci trova qualcosa di buono. Per ora, insomma, siamo al puro teatro. La proposta di legge, depositata in fretta e furia, presenta buchi vistosi che andranno necessariamente colmati, ma una cosa è sicura: fino al 24 marzo, nessuno oserà scoprire le proprie carte.
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