Il mondo, la guerra, la Luna. L’umanità di nuovo di fronte al bivio: escalation militare o svolta insperata

L’immagine della Terra fotografata da Reid Wiseman, comandante della missione Artemis II, a bordo della capsula Orion

Visti da lontano, a metà della strada che ci separa dalla luna, anche noi siamo soltanto una cellula, e niente di più. Una cellula bianca e azzurra nel liquido buio dell’universo, sorretta da un sottilissimo cerchio di luce. Forse come tutti mi sono chiesta, guardando le immagini del nostro pianeta scattate dagli astronauti dell’Artemis II, che effetto dobbiamo fare noi da lassù, rotondi e fragili come siamo, interi. Russell Schweickart, dopo il suo volo sull’Apollo 9, scrisse: “Sei lì fuori nello spazio, e ti rendi conto che quella cosa è un organismo. E tu fai parte di quell’organismo”. Solo una cellula blu, catturata dal passaggio della capsula Orion che domani compirà il primo giro attorno al nostro satellite, trascinata dal tempo sospeso delle orbite, così ignaro del nostro tempo.

Visti da vicino, nel giorno di Pasqua – che è il 36° giorno di guerra in Iran – il nostro tempo è a un bivio reale. Da un lato c’è la logica dell’escalation, quel meccanismo che Barbara Tuchman analizzò con lucidità impietosa nel suo studio sull’agosto del 1914, quando i governi europei si ritrovarono trascinati in una guerra che nessuno di loro aveva davvero voluto, rendendosi conto troppo tardi di essere “meno padroni di se stessi di quanto pensassero”: Trump minaccia ulteriori distruzioni di infrastrutture iraniane, Teheran risponde sul campo. La logica militare produce il suo passo successivo quasi in automatico, perché il pericolo in questi casi non è mai l’intenzione ma l’inerzia, la forza di gravità della guerra che si alimenta da sola.

Dall’altro lato, qualcosa di più piccolo ma ugualmente reale: oltre quaranta Paesi riuniti in un vertice convocato dal Regno Unito per discutere la riapertura di Hormuz, Macron e il presidente sudcoreano che concordano di cooperare per garantire la sicurezza nella via d’acqua, il Papa che telefona a Herzog, Trump stesso che non chiude la porta ai negoziati e anzi, dopo l’abbattimento di un caccia Usa, dichiara che l’episodio “non influirà sulle trattative”.

Sono segnali deboli, ma i passaggi nella storia cominciano sempre così, con qualcosa di appena percettibile che poi, a ritroso, si rivela essere stato l’inizio di una svolta insperata.

È in fondo una grande metafora umana che ha a che fare proprio col senso della Pasqua di oggi. Pesach significa andare oltre: non una meta, ma un passaggio. Andare avanti senza sapere cosa ci sarà dopo, nel momento in cui tutto sembra sospeso e incerto. La Pasqua, per chi crede e per chi no, è il superamento di un bordo: è camminare senza sapere cosa ci sarà dall’altra parte. Passare. Valicare con lo sforzo del coraggio “il piccolo non-tempo tra il non-più e il non-ancora”. È il giorno dell’attesa senza risposta garantita, e chiunque lo abbia vissuto sulla sua pelle almeno una volta nelle cose della vita – aspettando un referto medico, aspettando che torni un amore, aspettando la fine di qualcosa di doloroso – sa che lì dentro non si può fare altro che restare presenti e non cedere al buio prima che il buio abbia detto la sua ultima parola. La soluzione non è né nell’ottimismo né nella resa, ma in quella libertà che Albert Camus trovò nel mito di Sisifo: continuare a spingere il masso su per la montagna, anche senza garanzia di riuscita, trovando nel gesto stesso, e non nel risultato, il senso della propria libertà. Tenere aperta la speranza quando non si vede ancora nulla che la giustifichi non è ingenuità sentimentale né ottimismo di facciata: è la forma più faticosa e alla fine più dignitosa di coraggio che sia dato praticare in giorni come questi. Le Pasque, nella storia, sono sempre arrivate dopo sabati che sembravano definitivi e irrimediabili, e questa non è una promessa religiosa né una consolazione teologica, ma un’osservazione laica e umana: il 1945 è arrivato dopo il 1944, il Muro è caduto dopo decenni nei quali la sua eternità sembrava la cosa più ovvia del mondo, e i momenti che parevano l’ultima parola si sono rivelati, ogni volta, una penultima. Magari dolorosa, ma penultima. La storia non si è mai fermata nel suo punto più basso: non ha restituito sempre ciò che si sperava, ma ha prodotto un dopo. È quello che oggi, noi quaggiù sulla Terra, possiamo chiamare Pasqua: non la soluzione, non la salvezza garantita. Ma la decisione, collettiva e fragile, di non considerare concluso ciò che è ancora aperto. In fondo, visti da lassù, siamo pur sempre e solo una cellula blu, niente più di questo, ma davvero niente meno di questo. Così lontani, così vicini.

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