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La felicità «petrosa» di Silvio Perrella

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13.11.2019

Silvio Perrella è un critico letterario tra i più acuti e raffinati, noto per i suoi studi su Calvino, Parise, La Capria, Bilenchi, D’Arzo... Ma Perrella è anche narratore, fotografo, viaggiatore appassionato. Napoletano per destino e per scelta, sebbene sia nato a Palermo, ha da poco compiuto sessant’anni e l’occasione per un bilancio letterario viene dal Premio per la Scrittura intitolato ai «Sassi», che ha ritirato di recente a Matera. A proposito di passi e di passaggi, Perrella da buon flâneur asseconda racconti ed esegesi che derivano umilmente dall’osservazione del mondo, strada facendo. Il suo prossimo libro s’intitolerà L’arteteca che in napoletano indica uno stato di irrequietezza, di agitazione, di moto continuo, «un po’ come il ballo di San Vito». Del resto, solo nell’ultimo anno ha dato alle stampe tre titoli: Da qui a lì - Ponti, scorci, preludi (edizioni Italo Svevo), Di terra e mare con Raffaele La Capria (Laterza) e Io ho paura (Neri Pozza).
Perrella, oltre al resoconto, i sessant’anni sollecitano nuove domande?
«Certo, me ne faccio una precisa: “Hai un’opera o no?”».
Che cosa si risponde?
«Sì, perché avere un’opera significa essere partecipe di rimandi, ritorni e ossessioni. Penso, senza presunzione, che la mia scrittura - per temi e per forme - sia molto mescolata in generi diversi, fin dal saggio su Italo Calvino che pubblicai con Laterza giusto vent’anni fa. Anzi, qualcuno lo definisce “il romanzo su Calvino”, uno scrittore mobile e complesso del quale ho fatto mie alcune lezioni, in primis il criterio verticale».
In che senso «verticale»?
«Il senso della verticalità che gli derivava dall’esser vissuto a Sanremo e in cui io mi esercito per affabulare Napoli, città verticale per eccellenza, a cominciare dal mio amato Petraio, l’antica gradinata che porta dal Vomero al quartiere di Chiaia in pochi minuti. Ne ho scritto in Giùnapoli........

© La Gazzetta del Mezzogiorno