La duplice anima di Sgarbi ci avvicina al cielo |
Scorrendo l’ultimo libro di Vittorio Sgarbi – Il cielo più vicino. La montagna nell’arte, edito da La Nave di Teseo – non è possibile sottrarsi ad una duplice impressione, la quale non è che la conferma di precedenti evidenze. La prima è che Sgarbi non è un semplice storico dell’arte come tanti altri, in quanto per lui la storia non spiega tutto il significato dell’opera d’arte, ma – nel solco della lezione di Paradise lost di John Milton (the history is not the mother, but the midwife of truth) – ne rappresenta il variegato veicolo di apparizione e di trasmissione nel tempo e nello spazio. E non è neppure un critico al pari di altri presenti sui mezzi di comunicazione, in quanto egli riesce ad attivare una spiccata e inusuale sensibilità che, superando le strettoie filologiche e classificatorie proprie di tanta critica italiana e straniera, assolve in prima persona al rischioso compito di partecipare allo stesso atto generativo dell’opera, portandone a compimento la piena realizzazione.
La seconda impressione, strettamente derivante dalla precedente, consiste nel fatto che Sgarbi, nella sua pluridecennale e brillante attività di studioso, si lascia cogliere come depositario di una – per dir così – “duplice anima”. Per un verso, infatti, Sgarbi – in questo suo ultimo studio più incisivamente e visibilmente che in passato – si fa........