Iran: il terrore come tecnica di controllo |
Da settimane l’Iran è attraversato da una nuova e feroce ondata repressiva che colpisce attivisti, giornalisti, semplici manifestanti e intere famiglie. Una repressione meno visibile rispetto a quella seguita all’uccisione di Mahsa Amini, ma non per questo meno sistematica; al contrario, più capillare e insidiosa. Il regime dei mullah sembra aver affinato le proprie tecniche di controllo: meno clamore mediatico, più terrore quotidiano.
Le testimonianze che filtrano dal Paese parlano di rapimenti notturni, irruzioni nelle abitazioni, arresti senza mandato e deportazioni verso carceri e centri di detenzione non ufficiali. Le forze di sicurezza – Pasdaran e milizie Basij – operano sparando ad altezza d’uomo durante le manifestazioni, trasformando lo spazio pubblico in un campo di battaglia asimmetrico, dove lo Stato combatte cittadini disarmati. La paura non è più confinata alle piazze: entra nelle case, spezza le famiglie, impone il silenzio.
A questo quadro si aggiungono accuse circostanziate di violenze sessuali ai danni di attivisti e giornalisti detenuti, emerse da testimonianze raccolte da organizzazioni internazionali per i diritti umani, Ong iraniane in esilio e relatori speciali delle Nazioni Unite. Gli abusi, denunciati come pratiche ricorrenti durante gli interrogatori o nei primi giorni di detenzione, vengono descritti come strumenti deliberati di coercizione e annientamento psicologico, spesso accompagnati da minacce rivolte........