Seconde case, prima tentazione: tassare chi non vota |
Dagli Stati Uniti all’Italia, la casa torna a essere il bersaglio perfetto del potere fiscale: non perché sia vuota, ma perché è visibile, immobile e politicamente facile da colpire.
La nuova frontiera della fiscalità immobiliare ha un nome seducente e un obiettivo antico: tassare chi possiede. Negli Stati Uniti, come ha raccontato Nicholas G. Miller sul Wall Street Journal, governi locali e statali guardano alle seconde case come a un giacimento fiscale da sfruttare in nome dell’emergenza abitativa. New York punta sui pied-à-terre sopra i 5 milioni di dollari; il Rhode Island ha introdotto la Taylor Swift tax per gli immobili oltre il milione non occupati per almeno 183 giorni; San Diego voterà una tassa sugli sfitti da 8.000 a 10.000 dollari.
La giustificazione è sempre la stessa: se una casa non è abitata stabilmente, deve essere spinta verso la locazione. Una formula semplice, quasi morale: crisi abitativa da una parte, case vuote dall’altra, Stato arbitro della destinazione “giusta” dei beni privati. Ma qui si annida l’inganno. Una casa non cessa di essere proprietà privata sol perché il titolare la usa poco, la conserva per ragioni familiari, la tiene per lavoro, salute, prudenza o semplicemente non desidera affittarla.
Il caso americano rivela la logica politica: i proprietari di seconde case spesso non votano nei luoghi dove vengono tassati. Sono contribuenti ideali: pagano, ma pesano poco nelle urne. È il prelievo più comodo: colpire soggetti descrivibili come privilegiati, rintracciabili e politicamente deboli. La retorica del “ricco assente” serve........