Processo alla proprietà |
Ogni aumento dei canoni viene trattato come una colpa, ogni contratto come un abuso. Così, in nome dell’equità, il diritto rinuncia alle regole e affida ai giudici il compito di “aggiustare” la realtà.
Nel dibattito contemporaneo sulla proprietà, sulla casa e sugli affitti, il punto di partenza non è più il diritto, ma il sospetto. Se i canoni crescono, non si interrogano le regole che comprimono l’offerta: si mette sotto accusa l’accordo. La proprietà diventa così una colpa da spiegare, il contratto un’anomalia da sorvegliare, il giudice il correttore finale degli esiti. In questo modo, un problema complesso viene ridotto a una questione morale, mentre le cause strutturali restano intatte e, spesso, si aggravano.
Questo riflesso è ormai automatico. Ogni tensione nel mercato abitativo viene letta come una deviazione da raddrizzare, non come il segnale di un sistema appesantito da vincoli, incertezze e rischi crescenti. Si colpiscono i sintomi – i prezzi, la durata dei contratti, le scelte dei proprietari – e poi ci si stupisce se l’offerta si ritrae, se i rapporti si irrigidiscono, se l’accesso alla casa diventa più selettivo. È la logica della correzione permanente, espressione tipica dell’interventismo statale: si interviene sugli esiti invece che sulle condizioni che li generano.
Eppure, basta tornare a un giurista dell’Ottocento, Gregorio Fierli, per rendersi conto che il problema non è nuovo. Nuovo è piuttosto l’approccio. Nelle sue