Il liberalismo non è un’etichetta |
In Italia ci si definisce “liberali” con facilità, ma lo Stato non arretra mai: apparati intatti, corporazioni protette, tasse e vincoli sempre lì. E il confronto con Milei rende la distanza impossibile da nascondere.
In Italia le parole non costano nulla. Si pronunciano, si ripetono, si impacchettano in interviste e convegni. Poi restano lì, sospese, mentre la macchina pubblica continua a crescere. È per questo che, quando un dirigente del centrodestra invoca una “rivoluzione” e chiede che Forza Italia torni a essere un partito “liberale e riformista”, il sospetto è quasi automatico: non perché la libertà non serva, ma perché da noi viene spesso evocata come un’etichetta, non come una direzione di governo.
Questa dinamica si vede perfettamente nell’intervista da poco pubblicata da un quotidiano nazionale, nella quale Roberto Occhiuto prova a riaccendere un lessico che suona bene: merito, riforme, concorrenza, mercato, servizi. Ma conviene dirlo subito, senza indulgenze: questa tradizione non è nata in Calabria e neppure in Italia, che hanno conosciuto più tutela e più comando che limiti al potere. È nata altrove, dove si è capito che la libertà non è un’etichetta da appiccicare ai partiti, ma una regola di fondo: lo Stato deve restare un limite, non diventare il centro della vita sociale.
Il punto, quindi, non è il vocabolario. Il punto è la coerenza. Perché la storia politica italiana è piena di partiti che si sono presentati come “moderni” e “riformisti” mentre difendevano l’ossatura più antica: uno Stato espansivo, invadente, protettivo con i forti e oppressivo con chi produce. E Forza Italia, al di là dei proclami degli albori, rimasti tali e mai realmente........