Dal condominio al soviet: la fine della proprietà

Una proposta di riforma che dichiara di superare la centralità della proprietà finisce per svuotarla: tra obblighi, certificazioni e decisioni imposte, il condominio diventa un sistema regolato dall’alto

Ci sono testi normativi che intervengono su problemi specifici. E ce ne sono altri che, sotto l’apparenza tecnica, rivelano un’impostazione culturale precisa. Il disegno di legge n. 86 del 24 febbraio 2026 appartiene a questa seconda categoria. Non si limita a proporre una correzione di criticità della disciplina condominiale: ne rovescia addirittura il fondamento.

E tuttavia questa riforma presenta un vuoto ancora più profondo: non nasce da una teoria, non si inserisce in un progetto coerente, non esprime alcuna idea ordinata dei rapporti tra individui e istituzioni. Non c’è una visione, ma una somma di interventi. Non c’è un disegno, ma un accumulo di obblighi. È una normativa senza pensiero, che procede per correzioni apparenti e soluzioni immediate, senza interrogarsi sulle conseguenze complessive. Ed è proprio questa assenza a renderla più pericolosa: perché, senza dichiararlo, altera l’equilibrio tra libertà e vincolo, spostandolo sistematicamente a favore del secondo.

Lo dice apertamente, senza ambiguità, nella relazione introduttiva: la normativa attuale sarebbe “fortemente ancorata al diritto di proprietà” e dovrebbe essere ripensata perché il condominio è anche “luogo dove la gran parte dei cittadini si trova a vivere e lavorare”. È una dichiarazione di principio. E, come tutte le dichiarazioni........

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